mercoledì 27 ottobre 2010
lunedì 11 ottobre 2010
Belgrado, un giorno di sole e distruzione
Un amico che doveva raggiungermi mi chiama angosciato dicendo che non può uscire: alcuni gruppi di ragazzi stanno ingaggiando uno scontro con la polizia proprio nella sua strada, hanno già dato alle fiamme due auto, lui per ora resta barricato in casa. L’atmosfera diventa ancora più pesante quando degli agenti mi controllano diverse volte i documenti, mi perquisiscono e fanno domande, prima di lasciarmi entrare nel parco dotato di un braccialetto e di un adesivo rosa di riconoscimento. Nel giardino sembra di essere in un sogno, la musica alta manda a ripetizione hit glam e rock anni settanta e ottanta, una miriade di colori festanti, sorrisi, coppie gay e etero, hippies giovani e anziani, eleganti signori in doppiopetto, gruppi antifascisti e organizzazioni dei diritti umani, delegazioni dai paesi balcanici e dall’est Europa, si preparano a sfilare. Conosco diversi ragazzi e ragazze belgradesi, sono in fibrillazione, continuano a dirmi come questo sia un momento storico, finalmente il sospirato Gay Pride può aver luogo senza paura degli estremisti di destra e degli hooligan che infestano la città. Sorridiamo calorosi, ma siamo tutti coscienti di come questo parco sia un ghetto presidiato dall’esercito, se non ci fossero le armi a difenderci non ce la passeremmo così bene, e un certo timore resta sospeso nell’aria pensando al momento in cui usciremo di qui. Sul palco allestito per l’occasione prendono la parola rappresentanti dell’OSCE e del parlamento europeo, e il ministro serbo per i diritti umani e delle minoranze Svetozar Ciplic, fischiato per la sua tiepida difesa dei diritti della comunità LGBT. Molti rappresentanti diplomatici europei sono mescolati alla folla, visibilmente compiaciuti. Si è letto spesso ultimamente nei giornali critici con il governo di Tadic di come il Gay Pride sia stato per molti più un evento “politico” allestito per l’Europa, un “test di democrazia” agli occhi degli stranieri, che la vera espressione dei sentimenti popolari. In effetti si percepisce un certo conservatorismo nella società serba. Ieri hanno manifestato pacificamente il proprio dissenso alla parata molte famiglie e fedeli della chiesa ortodossa, appoggiati da alcuni pope dalla barba lunga, brandendo croci di legno e additando gli omosessuali come “sodomiti”. Proteste contigue ma diverse dagli estremisti del Gruppo 1389 e di Obraz (Dignità) che hanno minacciato “sangue fino alle ginocchia” e “morte ai gay” sui muri della città e nei loro bollettini. Con lo spiegamento odierno di forze sembra davvero che il governo voglia dare una svolta al clima di diffusa impunità per chi aizza all’odio per il diverso in Serbia.
mercoledì 2 giugno 2010
La Turchia alza la voce

L’aria a Gaziantep è tesa. Come in molte altre città della Turchia, associazioni per la difesa dei diritti umani, gruppi religiosi e semplici cittadini, hanno gli occhi puntati su Gaza e Israele e sull’evolversi degli avvenimenti. Poche ore dopo l’attacco del commando israeliano alla Freedom Flottilla in acque internazionali, nella piazza principale di Gaziantep i baracchini messi in piedi per la festa d’estate sono stati avvolti da bandiere palestinesi, tavoli di legno hanno preso il posto delle griglie dei kebab, e una folla mormorante discute i fatti e le opinioni, con le orecchie incollate alle due casse che trasmettono news 24 ore su 24. Si è aperta una ferita profonda fra i due stati, unanime dal mondo politico all’uomo della strada, che avrà ripercussioni sugli assetti in medio – oriente e sui processi di pace in atto nella regione, questa l’idea dominante. Nell’attacco sono morte nove persone, tutte turche secondo le informazioni più recenti. A bordo dei tre battelli, sponsorizzati dal governo turco, c’erano aiuti umanitari diretti alla popolazione di Gaza, che da tre anni sopravvive a stento all’embargo deciso da Israele in seguito all’elezione di Hamas. Tra i circa seicento passeggeri, decisi a forzare il blocco in maniera pacifica ma determinata, c’erano attivisti, giornalisti e diplomatici da 35 paesi, in maggioranza dalla Turchia. I dettagli sulla dinamica dell’attacco sono ancora incerti e verranno chiariti nell’inchiesta invocata dall’Onu e dalla comunità internazionale, ma alcuni dati di fatto incontestabili spiegano la durezza delle reazioni, soprattutto turche, e il gelo che circonda in questi giorni Israele. Primo, l’abbordaggio del traghetto turco “Mavi Marmaris” è avvenuto in acque internazionali, a 70 miglia dalle coste di Gaza, per mezzo di motoscafi militari e soldati calati dagli elicotteri, quindi fuori dalla giurisdizione di Israele. Secondo, l’esercito israeliano assalta, anche se indirettamente, un paese che fa parte della Nato, la Turchia, e lo fa causando la morte e il ferimento di individui con intenzioni pacifiche. Il giorno dopo l’attacco, tutti gli editoriali della stampa israeliana non si sono nascosti la verità, concordi nel giudicare l’immagine internazionale del paese irrimediabilmente compromessa. Anche l’attenzione nei confronti delle condizioni di vita dei palestinesi di Gaza è di nuovo al centro dei dibattiti, e la vecchia scusa del “diritto alla difesa”, secondo molti, ora non funzionerà più come fonte legittimante delle operazioni militari unilaterali israeliane. ”Ieri non c’era nessuno sul pianeta, nessun giornalista o analista, tranne che il suo coro di leva, che avrebbe potuto dire una parola buona sul letale abbordaggio” ha scritto Gideon Levy su Haaretz. In Turchia si attendeva trepidanti che il premier Erdogan riferisse in parlamento. Nel suo discorso, che risuonava in ogni piazza e da ogni casa, ha saputo tastare il polso del paese, alzando la voce e lanciando minacce neppure troppo velate. “ Hanno mostrato ancora una volta al mondo che sanno bene come ammazzare le persone. Israele non può in alcun modo legittimare questo omicidio, non potrà lavare via il sangue dalle sue mani, questo è un atto di terrorismo di Stato. La Turchia non passerà su questo massacro, devono capire che l’ostilità della Turchia è altrettanto forte quanto il valore della sua amicizia” ha tuonato Erdogan. Inoltre, ha richiesto il rilascio immediato di tutti gli attivisti in mano israeliana e l’apertura di un’inchiesta dell’Onu sull’accaduto. Anche se l’ambasciatore turco a Tel Aviv è stato richiamato, non si può parlare di definitiva rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Erdogan ha voluto precisare come finora la Turchia ha utilizzato tutti i mezzi forniti dalle leggi internazionali e dalla diplomazia nelle sue relazioni con Israele, e continuerà così nei giorni a venire.
È un nuovo scenario quello che si sta costituendo in medio – oriente, e se colleghiamo eventi precedenti agli attuali sviluppi, risulta chiaro un nuovo equilibrio tra le forze attive nella regione. Fino a cinque anni fa sarebbe stata impensabile una presa di posizione della Turchia così netta e soprattutto autonoma dagli Stati Uniti. La decennale sudditanza dei precedenti governi turchi nei confronti degli americani, e della loro alleanza con Israele, era dovuta a una sostanziale marginalità nel consesso dei paesi della Nato (di cui la Turchia è l’unico membro tra i paesi musulmani) e a uno scarso potere di influenza negli affari medio orientali su cui fare leva. Per un lungo periodo, le relazioni dei turchi con i vicini Siriani, Iraniani e Iracheni andavano da una pavida indifferenza ad un’aperta ostilità, e ciò per ragioni storiche di inimicizia tra turchi e arabi e tra musulmani sciiti e sunniti, e per la volontà dei turchi di mostrarsi più simili all’occidente. Molto è cambiato nei quasi dieci anni di governo dell’AKP, il partito Giustizia e Sviluppo, di radici islamiche. Il super attivo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu ha inaugurato una politica di conciliazione con i vicini, durante la quale sono state intessute nuove alleanze politiche e collaborazioni commerciali. L’apertura dei confini tra Turchia e Siria, gli investimenti in Iraq voluti dal governo, le visite reciproche di Erdogan e Ahmadinejad nei rispettivi paesi e la recente mediazione turca sul nucleare iraniano, sono alcuni dei punti di rottura con il passato e la celebrazione del nuovo ruolo che la Turchia vuole in medio – oriente. Se consideriamo la perdita di influenza a livello globale degli americani per il dissanguamento politico sofferto in Iraq e per l’emergere di potenze come Russia e Cina, risulta chiaro come si stiano formando nuovi margini di autonomia per l’azione di paesi che rifiutano il beneplacito dell’America nelle loro decisioni. Indubbiamente, la Turchia è uno di questi paesi, che sfrutta abilmente la sua posizione strategica e le relazioni privilegiate con l’occidente e il mondo musulmano per proporsi come nuovo mediatore. Israele si è giovata per un lungo periodo dell’alleanza con la Turchia, l’unico tra i suoi vicini a mostrarsi amichevole. La collaborazione militare tra l’esercito turco e israeliano risale al comune sentimento anti – islamico dei due eserciti, ed è stata sostanziata da scambi di materiale bellico e accordi strategici, tuttora in corso. Dal 2000, sono state abbattute le tasse doganali tra i due paesi, e gli scambi avvengono nell’ambito di una zona di libero commercio. I turchi si erano posti anche come mediatori tra israeliani e palestinesi, interessati ad una risoluzione che allentasse le tensioni nell’area. Negli ultimi anni, però, la perdita di influenza dell’esercito nella politica turca, il nuovo rapporto con i vicini musulmani inaugurato dall’AKP e le sconsiderate azioni militari di Israele, hanno deteriorato il rapporto tra i due stati. Alla fine del 2009, l’attacco militare israeliano a Gaza sollevò aspre critiche in tutta la Turchia e una netta condanna da parte di Erdogan dell’accaduto, che definì “crimine contro l’umanità”. Un'ulteriore serie di incidenti diplomatici, come le parole dure pronunciate al forum economico di Davos dal primo ministro turco nei confronti delle esternazioni di Peres e l’umiliazione patita dall’ambasciatore turco a Tel Aviv nel gennaio 2010, hanno diffuso fra i cittadini turchi una ostilità che con gli eventi dell’attacco alla “Freedom Flotilla” ha raggiunto la sua massa critica.
Molti turchi considerano l’azione dell’esercito israeliano un attentato alla Turchia e la dimostrazione della non volontà di Israele di risolvere la questione palestinese in maniera pacifica. La Turchia questa volta non ha atteso i movimenti degli americani, e si è lanciata in una condanna senza mezzi termini, usando parole pesanti, sinistramente simili a quelle che provengono dai leader iraniani. Il pericolo per Israele proviene dal perdere un alleato prezioso nella regione, che potrebbe trasformarsi in un nemico temibile. Per quanto sembri poco probabile un allineamento della Turchia con l’Iran, poiché l’interesse principale dei Turchi è allontanare lo spettro di una guerra dai propri confini e non alimentarlo, ora Israele è più solo. La cocciuta volontà di impedire il controllo dei propri arsenali atomici, recentemente reiterata, e lo spregio delle leggi internazionali, stanno isolando Israele anche dalla comunità internazionale. Gli Stati Uniti hanno cercato di ridimensionare la condanna della Turchia, suggerendo all’alleato che non è in questo modo che si troverà una soluzione alla difficile situazione di Gaza. Ma anche le loro parole rischiano di cadere nel vuoto, nel momento in cui nuovi attori internazionali, come la Turchia e l’Iran, raccolgono la sfida di creare nuovi centri rilevanti nell’ordine mondiale, decidendo di agire in maniera più autonoma. Due fattori sono a mio avviso fondamentali: nell’affrontare la questione del nucleare iraniano da parte degli americani, è necessario prendere in considerazione il potenziale nucleare di tutta la regione, compreso quello degli israeliani, nel tentativo di contenere la proliferazione. Il metodo dei due pesi e delle due misure ha fallito. In secondo luogo, la comunità internazionale deve impegnarsi seriamente e in maniera congiunta per costringere Israele a eliminare il blocco da Gaza e fermare la costruzione di insediamenti in Palestina; anche un bambino capirebbe che la pressione di Israele sugli arabi palestinesi non fa che alimentare il consenso intorno a formazioni estremiste come Hamas (che è stata eletto democraticamente dagli abitanti di Gaza), e allontana gli alleati o chi tenta di seguire vie democratiche alla risoluzione. In definitiva, deve cambiare l’intransigenza di Israele, sia per motivi pratici di constatazione dei nuovi equilibri regionale e mondiali, sia per motivi umanitari, per non essere considerati, dalla Storia, come i Nazisti della nostra epoca.
Intanto, a Gaziantep, come a Istanbul, ad Ankara, e in tutte le maggiori città turche, le bandiere palestinesi continuano a sventolare da ogni finestra. Oggi ci saranno i funerali di Stato per le vittime degli attacchi ai battelli pacifisti, un momento di lutto nazionale che avvicina ancor di più i turchi ai palestinesi e che pone un’altra pietra nella memoria impossibile da sradicare.
sabato 15 maggio 2010
Il paese dove non siamo - III parte
L’Esmer sta al terzo piano di un palazzo sul boulevard che taglia in due il centro di Gaziantep, vicino al quartiere armeno senza armeni. Di loro sono rimaste solo le case e le chiese, la gente emigrò o fu deportata molti anni fa, quando le cose per i cristiani si mettevano male. Sotto l’insegna dipinta in verde e rosso campeggia la scritta “Sanatçı Kahve”, caffè degli artisti. Quando si entra, bisogna salutare tutti i presenti, compresi i proprietari, se non con la mano almeno con un cenno del capo. Qui si usa così. Una decina di tavolinetti bassi sono distribuiti nell’unica stanza del locale con intorno delle sedie piccole; la stoffa delle imbottiture, un tempo sgargiante, è consumata e sfilacciata agli angoli. Dal muro ruvido pendono dipinti ad olio che conferiscono all’ambiente calore e bellezza, pur nella sua povertà. Le finestre ai lati affacciano sulla strada, e da lì il pomeriggio si vedono i vecchi seduti sulle panchine a meditare e a rigirarsi i rosari tra le dita, avvolti nei loro scialli marroni e viola. Un grande manifesto ingiallito del film “Umut” (“Speranza”) è appeso alla parete vicino il bancone. Il viso scavato di Yılmaz Güney, attore e regista, risalta con gli occhi piccoli e penetranti, circondato dalle donne e dai bambini vestiti miseramente che interpretano la sua famiglia nel film, ossuti quanto lui. All’Esmer se non conosci Güney te lo insegnano subito. Con orgoglio il gestore Zafer, un uomo alto e filiforme, ti dirà che è il più grande regista del cinema turco: nei suoi film ha raccontato la cultura dell’Anatolia, la vita dei kurdi, era una testa calda e ha mostrato la verità, per questo l’hanno messo in prigione. Ad un angolo, seduto davanti al çay che si raffredda, Sherif suona assorto frammenti di frasi col saz, con lo sguardo perso e i ricci che gli cadono sulla fronte, finché qualcuno non gli chiederà di cantare. Ferhat non riesce a fermare il tremolio alla gamba. Si passa la mano nella barbetta rada nervosamente, tirando lunghe boccate alla sigaretta. Guarda la porta. Poi la finestra. Si ferma sulla mia faccia e sorride. I tic non gli danno pace, è attraversato da un’inquietudine costante, come se avesse delle formiche che gli camminano addosso. È capace di passare da un’allegria molesta a un umore nero in pochi istanti, per poi spiazzarti con una domanda a bruciapelo: « Qual è la tua posizione politica?... Credi in dio?... Sei mai stato su un monte di notte da solo? ». Si blocca e ascolta la tua risposta, gli interessa davvero. Dietro gli occhialini, i suoi occhi sono mobili e amichevoli, eppure c’è qualcosa di imperscrutabile che si agita nel fondo. Un bisogno, un dolore, un passato pesante come una pietra. « Io sono comunista e ateo », dice risoluto, « e sono per la fratellanza tra i popoli, non li sopporto i nazionalisti, di qualunque nazione… no, neppure i kurdi. Io sono kurdo ma questo non vuol dire che noi ci dobbiamo comportare come i turchi… non sono la soluzione quelli sulle montagne, si il PKK, certo che li sostengo, non abbiamo nient’altro, però se fino ad ora hanno tenuto acceso l’orgoglio e la speranza adesso ci dobbiamo concentrare sulla cultura e sulle condizioni economiche, preservare, trasmettere, migliorare con nuovi strumenti, anche legali, come faceva Musa Anter… Ci dobbiamo riprendere quello che ci hanno tolto, tenere viva la nostra cultura. Il Newroz per esempio, il nostro capodanno, il 21 marzo. È la ricorrenza più importante del calendario kurdo, e anche dell’Iran. Solo che lì ci sono sedici giorni di festa nazionale, qui non esiste. Al Newroz ci si riunisce, si danza, si fa festa. Ma le istituzioni turche militarizzando tutte le città dell’est l’hanno trasformato in un giorno di scontri e proteste. Cambiano il significato alle cose, capisci? Un altro problema è l’educazione: dalla scuole infantile all’università, fondamentali per migliorarsi, cosa acquisisce un kurdo? Più impara, più dimentica la sua lingua, perché l’educazione è solo in turco. Diventa avvocato, medico, architetto e non sa niente della sua storia. Anche io ho difficoltà a scrivere in kurdo, ho imparato a farlo in turco. Abbiamo bisogno di più autonomia, del riconoscimento della nostra diversità, solo così smetteremo di odiare la Turchia per le menzogne che insegnano ai nostri bambini. Altrimenti la guerra continuerà e non arriveremo a nulla, tutti perderanno… il sangue non si può lavare con altro sangue. La convivenza è possibile ma prima deve finire il fascismo in Turchia ». Ferhat si è stabilito a Gaziantep solo da qualche anno. È nato trentasette anni fa in una famiglia di pastori sui monti aguzzi della provincia di Hakkari, la più povera del paese, nel distretto di Yüksekova, l’insediamento più malfamato e più remoto della provincia. L’Iraq è cinquanta chilometri a sud, L’Iran più vicino, al di là di alte montagne, e Yüksekova era uno snodo importante per le carovane dell’antichità. Oggi la mafia locale gestisce il traffico di eroina verso l’Europa. Si cresce sotto occupazione nel suo villaggio: è una delle zone in cui periodicamente vengono rinnovate le “misure speciali di sicurezza” e i soldati hanno accampamenti trincerati sugli speroni di roccia. Dove la pressione impedisce lo svolgersi della vita quotidiana, è più probabile che si opti per scelte estreme. Molti amici di Ferhat hanno preso la via delle montagne, alcuni ci sono morti. Lui mi dice che non l’avrebbe fatto ma comunque non gli hanno lasciato il tempo. « A sedici anni sono entrato in prigione. Cosa ho fatto? Niente! Avevo dei libri sul socialismo e stavo con ragazzi più grandi… un giorno che sono venuti a prenderli hanno preso anche me. Undici anni ci ho passato, i migliori anni della vita… sai, è assurdo ma la prigione qualche volta mi manca. Tra i politici eravamo come fratelli, le persone erano più vere. C’era solidarietà. Qui fuori contano solo i soldi, la gente per strada neppure ti guarda, tutti pronti a fregarti alla prima occasione, specialmente a Gaziantep. E io i soldi non ce li ho. Vivo per gli amici, se non avessi loro mi sarei ammazzato da tempo ». L’Esmer inizia a riempirsi, si sta facendo sera e le facce di chi ha finito di lavorare o studiare raccontano la necessità di stare insieme. Ferhat abi, fratello maggiore, non lesina abbracci alla “famiglia” ma poi torna al mio tavolino, ha voglia di aprirsi stasera. « Voglio studiare filosofia all’università. Non so perché… mi piace leggere, Nietzsche soprattutto. Se pure volessi dopo non posso insegnare, agli ex carcerati i concorsi pubblici sono vietati. Che cosa dovrebbe fare uno come me? Solo morire te lo dico io... La mia ragazza mi ha lasciato dopo sei anni. S’è stufata di aspettare. Nella mia cultura, se non hai una casa e dei soldi non puoi chiedere di sposare e i lavoretti che trovo non bastano. Per fortuna da Esmer non conta… Ai miei figli, se mai li avrò, il kurdo glielo insegno. È la mia prima lingua! Il turco l’ho imparato dai sette anni… quando andavo a scuola il maestro non lo capivo, allora tornavo a casa e dicevo a mia madre “a scuola non ci vado! perché devo imparare il turco? Non può imparare lui il kurdo?”. Poi la mamma mi ha convinto e oggi conosco due lingue ». La voce di Sherif, dolce e lamentosa, ha iniziato a intonare “Giderim” di Ahmet Kaya. Hanno messo le sedie in cerchio intorno alla stufa e ci uniamo a loro. Qui il passato ritorna a colpi di vento che spazzano via la presunta unicità. Davanti ai miei occhi, ci sono turchi, kurdi, laz, zaza, circassi, alcune tessere del mosaico culturale della Turchia rimescolate in questo bar. L’appartenenza di ognuno è un filo inestricabilmente legato agli altri. Si respirano storie sovrapposte, tenute insieme da cose semplici: il lavoro, l’amore, la musica, le armi. Una vertigine di differenze strette intorno a dei sentimenti. Ferhat sembra capire cosa mi passa nella mente e senza smettere di battere con le mani sulle ginocchia mi dice: « È come essere kurdi, non si possono cancellare i sentimenti! Perché l’hanno chiamata Turchia? Stati Uniti dell’Anatolia li dovevano chiamare! ».
Ritorno a casa da solo, di notte, nella periferia di Antep. Le luci colorate in un giardino dove si ascolta musica e si fumano narghilè sono un’isola nel buio pesto di pochi metri più in là. Un buio che continua, si espande, si allunga verso le piane dell’Anatolia, sulle montagne, rischiarato a volte dai villaggi dimenticati nei fondovalle, battuto dalle follie elettriche delle metropoli, ma che inesorabile dal mar nero al mediterraneo abbraccia famelico la terra di Turchia. Gli sforzi degli uomini resistono alla notte, al sonno che induce, all’oblio che porta. Lo sforzo di un uomo animato da idee grandiose di indipendenza seppe persuadere altri uomini a conquistare quei confini entro i quali la patria si costruisce. Le idee di turchicità, di essenza esclusiva, di identità unica, che sole nella sua visione potevano far convergere appartenenze diverse verso un obiettivo comune, sono pietre nei cimiteri, pietre nei palazzi governativi, pietre nelle prigioni. E le stesse idee sono anche fuochi, energie, motori e turbine, mediazioni tra moderno e antico, appigli nel brancolare recidivo degli uomini nella Storia verso un luogo che possano chiamare “casa”. Nel buio le bandiere non smettono di sventolare, nel buio le lingue cancellate continuano a sussurrare la loro presenza. La luce di qualcuno è l’eterna notte per qualcun altro, perché quest’idea non mi lascia in pace mentre risalgo la collina? Altri confini, altre spartizioni, possono essere solo queste le vie all’autodeterminazione di un popolo? Per poi perseguitare altre differenze e così all’infinito… un’auto si ferma vicina ai miei passi e mi riporta nella fredda notte, sulla strada di una via in salita a Gaziantep. Dei ragazzi sorridenti mi offrono un passaggio, gli leggo la bontà negli occhi. Salto su e sfrecciamo via. Non rimpiango di essere vivo anche se non so chi sono, non so dove sono. Ogni parola nuova che imparo è un nuovo modo di essere, sempre e comunque, un uomo.
martedì 11 maggio 2010
Il paese dove non siamo - II parte
Gaziantep è una città senza inizio e senza fine. Come la sua storia. Antichissimo insediamento umano, passata attraverso molte mani, i destini di popoli diversi sono addossati gli uni agli altri come i morti in una fossa comune. La memoria ha molte lingue, che non si capiscono a vicenda. L’ultimo dei suoi anziani ne ha viste così tante che gli è rimasto solo un dio a cui chiedere conto del senso di tutto ciò. E la velocità del cambiamento non fa che aumentare. Gaziantep oggi, uno dei centri produttivi e commerciali più importanti della Turchia. Sul suo territorio sorgono quattro agglomerati industriali di piccole e medie imprese che ne fanno l’economia più dinamica e in espansione dell’est. I settori tessile e alimentare guidano la produzione, e sono fonte di occupazione in misura di poco inferiore alle attività di agricoltura e pastorizia, radicate nel territorio e ottimizzate grazie a macchinari e ingegneri. Le famose “fabbriche”, promessa di lavoro e dignità per gli eserciti di braccia affamate in tutti i paesi con un’economia emergente, ci sono. Qui e non a Diyarbakir, non a Şirnak, non ad Hakkari, zone a maggioranza kurda afflitte dai combattimenti e da un pregiudizio latente che porta alla conseguente sfiducia degli investitori. Gaziantep invece gode di buona fama, non solo per i pistacchi e il cibo ma anche per essere fedele alle direttive kemaliste, almeno superficialmente. L’ultimo attentato, trenta morti e una stazione di polizia distrutta, risale a più di dieci anni fa. Attualmente, viene spesso citata come il simbolo della crescita economica turca. La città è anche coinvolta in uno dei più grandi piani regionali di investimento al mondo, il GAP (Guneydoğu Anadolu Projesi), un vasto progetto in fase di realizzazione che prevede la costruzione di ventidue dighe sul Tigri e l’Eufrate, nell’Anatolia sudorientale, per la produzione di energia elettrica e per favorire l’irrigazione di aree desertiche. Altre categorie di intervento del piano consistono in investimenti per la valorizzazione culturale di questi territori in chiave turistica. Scopo del governo, oltre a quello di attirare capitali stranieri, è risollevare il livello di vita nelle aree dell’est del paese, storicamente considerate anello debole della società e dell’economia. Sarà garantita occupazione e inclusione sociale, dicono i politici da Istanbul e da Ankara. Il miraggio di questa inclusione continua ad attirare a Gaziantep masse di immigrati dai villaggi e dalle campagne. La popolazione è aumentata vertiginosamente in poco più di cinquant’anni: dai circa trecentomila abitanti della metà del secolo scorso, si è arrivati agli oltre milione e mezzo attuali, secondo cifre ufficiali, in realtà molti di più. Non è solo il fascino della metropoli in crescita, con le sue case all’europea, i pub dove bere birra e i centri commerciali a cinque piani, a fungere da magnete. Con l’organizzazione industriale del lavoro agricolo l’economia dei villaggi e degli insediamenti remoti è stata alterata, causando un progressivo impoverimento. L’ondata della modernizzazione ha sconvolto la vita di contadini e pastori, diventati stranieri a casa propria, fossili viventi, nonostante siano ancora la maggioranza. Un ulteriore processo che va avanti dalla fondazione della Repubblica è lo sfollamento degli abitanti di interi villaggi dell’est da parte dell’esercito. Nella prima metà del novecento, le operazioni furono la risposta alle continue rivolte al potere repubblicano, e vennero attuate per ridistribuire i kurdi in tutta la Turchia così da fiaccarne l’unità. I trasferimenti di massa interessarono anche l’altra parte del paese: dall’ovest il governo centrale inviò in tutti gli uffici e le scuole dell’est funzionari con le loro famiglie che parlavano solo il turco, per insegnare a rivolgersi allo Stato con la dovuta lingua. Tra gli anni ottanta e novanta, invece, migliaia di villaggi kurdi sono stati rasi al suolo al fine di sottrarre il sostegno popolare, spontaneo o coatto, ai gruppi guerriglieri del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan), formazione politica paramilitare che rivendica diritti e autonomia per i kurdi, e che da trent’anni ingaggia con le istituzioni turche una guerra interna al paese. Alle imboscate e alle mine dei guerriglieri, l’esercito risponde con rappresaglie e bombardamenti, nel tentativo di stanare il PKK dalle montagne al confine con l’Iraq. Ad oggi, si contano più di quarantamila morti tra scontri e attentati. La guerra, la povertà e le deportazioni hanno fatto crescere a dismisura le principali città turche, trasformandole in mostri proteiformi di infinite periferie costruite da selvaggi palazzinari. Istanbul, con una popolazione che supera i quindici milioni di abitanti, di cui almeno due milioni sono kurdi, è il simbolo di questo processo incontrollato. Anche Gaziantep, nelle sue estreme propaggini, si espande in maniera disordinata: palazzi popolari sono sparsi come un gregge nel paesaggio lunare di detriti e pascoli. Lo spazio per ora c’è, e viene macinato senza tregua. In altre zone della città, arrampicati sulle colline, i più vasti ghetti kurdi, fatti di miseri cubicoli o semplici baracche, sono il contraltare alle conquiste economiche di una classe media in lenta crescita, che simboleggia l’aspirazione massima di status sociale per la maggioranza dei diseredati.
« Ricordati, nell’est troverai solo tre cose: polvere, sporcizia e ipocrisia » mi dice il professor Nuri seduto alla scrivania del suo studio. Di un’età indecifrabile, non anziano e non più giovane, media statura, fisico asciutto, i suoi capelli castani virano al grigio fumo con delle macchie bianche come latte, ha labbra sottili che talvolta sorridono ma come per convenzione, senza forza, senza allegria. Insegna sociologia all’università pubblica di Gaziantep da una decina d’anni, è kurdo originario di Kilis, un villaggio sul confine siriano circondato da campi minati. Mi invita spesso a bere il caffè che si fa su un fornelletto, una sua passione. Non il caffè turco, ci tiene a precisare, ma quello lungo e acquoso di una macchina americana. Alle pareti, riconosco il volto familiare di Gramsci in una foto in bianco e nero. Ci sono anche Adorno, Balzac, Rousseau e Yashar Kemal. La foto di Atatürk, onnipresente in tutti gli uffici pubblici, qui manca, e questa assenza parla da sola. Sul muro opposto, un poster con il disegno di una donna che balla il flamenco in una sinfonia di colori. Nuri mi parla spesso di quella volta che è stato in Spagna per tenere una conferenza sui villaggi rurali in medio oriente, con una punta d’orgoglio. Gaziantep, periferia di un paese che considera provinciale, gli sta stretta. A partire però non ci pensa, qui ha famiglia, due figli che crescono e i suoi studi, i compiti che si è dato. Dietro quegli occhi grigi screziati di verde ci sono amare conclusioni e costatazioni fredde sullo stato delle cose, maturate a furia di consumare scarpe in giro tra l’asfalto delle città e gli sterrati dei villaggi. Unisce le dita davanti al volto e mi osserva di sottecchi, immerso nel calcolo silenzioso di chi è abituato a giudicare chi ha di fronte, prima di parlare. Con me può aprirsi. « Non te lo diranno all’università, ma sappi che la ruota della civiltà gira col sangue. Il perché è semplice: un popolo, una cultura, ha bisogno di uno Stato per sopravvivere. Se manca lo Stato una cultura diversa, minoritaria, è considerata deviante, ed è destinata a scomparire. Creare uno Stato non vuol dire altro che uccidere o piegare chi vi si oppone. Annullarli, come fanno qui da cento anni con i kurdi… i kurdi… le idee capaci di portare a uno Stato non nascono nel mondo rurale, lì la vita si ripete identica a sé stessa, fuori dalla storia. E noi è da lì che veniamo, dalle campagne, la coscienza di popolo è arrivata solo quando hanno deciso la nostra rimozione. Nell’ottocento le tribù kurde si facevano la guerra tra loro per un pezzo di terra… Probabilmente vivere isolati ha permesso di conservare la lingua e i costumi, la chiusura mentale in fondo è anche un metodo di sopravvivenza, ma oggi è la nostra condanna ». Percepisco la rabbia di Nuri aleggiare nella stanza. Una rabbia lucida che non risparmia niente alle due parti, come un orfano cresciuto che accusa genitori e tutori del mondo che gli hanno lasciato e che non ha fatto in tempo a cambiare. « Sai cos’è l’identità turca? il volto del potere. E il potere non è il mezzo, ma il fine. L’identità deve essere fabbricata ed esaltata per assicurarsi l’obbedienza, la gente deve amare il fatto di essere turca e nient’altro… Un meccanismo messo in moto dal fondatore di questo Stato. Ora, il potere si afferma sull’uomo in due modi: con il trionfalismo e l’umiliazione. Per capire il trionfalismo prendi la memoria nazionale, che di storico non ha niente. Un campionario di eventi fatto di pochi ricordi e molto oblio, alcune cose ripetute all’infinito e altre completamente rimosse… Ammazzavano la metà di un villaggio e gli cambiavano il nome per farlo dimenticare, come hanno fatto a Dersim che oggi si chiama Tunceli… Mentre invece le battaglie di liberazione, la morte dei martiri, la bandiera, la vita di Atatürk sono la religione che tutti devono professare. Ce la insegnano fin dall’infanzia, i bambini ripetono a scuola “ne mutlu turkum diyene” (felice colui che può dirsi turco, la più famosa sentenza di Atatürk), lo leggono sulle montagne e sulle strade, e alla fine finiscono per crederci! ». Il caffè nella tazza è finito, Nuri si affretta a riempirla di nuovo. Va a dare uno sguardo nel corridoio, poi chiude la porta a chiave. I nostri occhi si incontrano, complici, e torna a sedersi. Non vuole essere disturbato o non vuole che altri sentano. « L’umiliazione è più pratica e più sottile. Hanno reso il sentirsi kurdi un handicap sociale. Kurdo equivale a primitivo, sottosviluppato. Nessuno ti prende a lavorare se parli solo kurdo, e se vuoi studiare, i libri che trovi nella nostra lingua si contano su una mano. Sono le stesse famiglie kurde che vogliono far dimenticare ai loro figli da dove vengono, e la cosa terribile è che lo fanno per il loro bene. Se sei fiero di essere kurdo, sei un nemico della patria, perché sicuramente stai cospirando per dividerla, sei dalla parte dei terroristi. La propaganda governativa ha fatto crescere più di una generazione nell’odio, i giovani turchi di oggi collegano automaticamente la lingua kurda alle bombe e ai soldati uccisi, provano fastidio se la sentono per strada. Cosa resta da fare a un kurdo che voglia integrarsi? Lasciarsi il passato alle spalle e fare propri i simboli della Repubblica. Si chiama assimilazione e mentre ci sei dentro neppure te ne accorgi, lo fai per sopravvivere… Sono stati abili, separando i kurdi dal passato li hanno divisi nel presente ». Dico a Nuri che l’attuale governo dell’AKP, il partito filo islamico, sembra intenzionato ad aprirsi alle rivendicazioni dei kurdi di maggiori diritti culturali. Il “patto di fratellanza nazionale” nei confronti delle minoranze e il riconoscimento dell’esistenza di una “questione kurda” sono dei passi in questa direzione. Anche l’apertura del primo canale televisivo kurdo lo scorso anno e l’abrogazione delle leggi contro la pubblicazioni di giornali e musica in kurdo lasciano ben sperare. « Non ho molto da sperare. La tensione si è allentata, è vero, ma le condizioni della nostra esclusione, del lento sparire a cui siamo destinati, non sono cambiate. Questo paese, dalla sua nascita, è sotto il controllo dei militari, che non cederanno il potere facilmente. C’è la Repubblica, ma fino al 1950 c’è stato il partito unico. Dopo, anche quel poco di dialettica democratica è stata per tre volte interrotta da colpi di stato, e nel 1980 l’esercito ha riscritto la costituzione. Esistono ancora leggi come l’articolo 301 che punisce l’oltraggio alla patria e all’identità turca, in pratica l’autocritica è bandita… Anche la legge costituzionale contro chi fomenta il separatismo è un pilastro di quest’ordine. Il partito kurdo del DTP è stato chiuso per presunti contatti con il PKK, buon lavoro! Ora sulla piazza hanno lasciato solo gli estremisti... Lo stesso clima di sospetto e timore circonda chi fa informazione o semplicemente manifesta. I giornalisti scomodi li sbattono dentro con un pretesto. Non si fanno problemi neppure coi ragazzini, sai quanti quindicenni affollano le carceri? E questo sarebbe un paese che aspira ad entrare in Europa? L’AKP sta facendo i suoi interessi, vuole allargare il più possibile la sua base elettorale. In fondo rappresenta una borghesia nevrotica che il pomeriggio va in moschea a fare il namaz e la sera guarda la tv bevendo birra… L’AKP sta tirando su un nuovo centro di potere collocando i suoi uomini nei luoghi che contano e screditando i nemici. Puzzano di patriarcato, difendono un’ideologia islamica che attira consensi ma gli interessa solo il denaro… c’è troppa ipocrisia. Troppa ». Nuri guarda fuori alle nuvole sparse. Il pessimismo di quest’uomo è forse realismo dato dall’aver integrato con il sangue e il dolore l’arte di giudicare. È stato tenente dell’esercito per sette anni prima di diventare professore, inviato nell’est a combattere i “terroristi”. Ne parla mal volentieri, e solo una volta sono riuscito a cavargli un frammento di ricordo: « … Sulle montagne ti senti sperduto, quegli spazi enormi, la neve, ti attacchi agli ordini e ai compagni. Io ero giovane, capivo confusamente che stavo tradendo i kurdi, ma avevo bisogno di dimostrare di essere turco. Ho combattuto e ho visto… le torture la sopraffazione, ho visto la verità. Il nostro nemico non era da meno. In guerra la prima cosa a morire sono gli ideali… Abbiamo fatto cose orribili laggiù… alla fine ho disprezzato i miei soldati, e anche me stesso. Finché campo non me lo perdonerò ». Non so se è stato il caffè o le sue parole a farmi venire una tachicardia martellante. Mi sento soffocare, le pareti intorno si restringono. Devo avere la faccia bianca, perché Nuri mi da una pacca sulle spalle e dice di uscire. Fumiamo una sigaretta all’aperto, con gli studenti che affollano i vialetti dell’università. Restiamo lì per un po’, senza più parlare, solo guardandoci intorno.
giovedì 6 maggio 2010
Il paese dove non siamo - I parte
Strade dell’est, immensi orizzonti e confini militarizzati. Vecchi addormentati su carrettini che incedono lentamente, sognano in una lingua proibita. Lassù, tra le nuvole e i falchi, le colonne di Pêşmerge, i guerrieri “in piedi davanti alla morte”, si fanno strada tra gli sterpi di montagna cantando in marcia, pensando alla casa nel villaggio lontano, alla carne di vitello che mangeranno la sera, alle armi nascoste in una caverna sotterranea. Le polizie di frontiera messe a guardia della spartizione del Kurdistan non sanno che ha più di mille anni, eseguono solo gli ordini fumando astiosamente sigarette di contrabbando, pregando che non li attacchino, almeno non mentre loro sono lì. Perché i kurdi non li pieghi: puoi bastonarli all’infinito, rialzeranno sempre la testa. C’è chi combatte, chi lavora per vie legali a qualcosa che assomigli all’autonomia, chi vive semplicemente, chi dimentica, mentre il tempo li allontana e li cambia, sparsi come sono in quattro stati e in giro per il mondo. Destinati al bilinguismo i kurdi, la loro di lingua e quella del paese che li ha inglobati, stretti nella morsa di cittadinanza e appartenenza. L’Iran i sospetti di simpatie separatiste li appende a un cappio, in Siria ai kurdi non è concessa nemmeno la carta d’identità, in Turchia vogliono sradicarglielo dalla testa. Solo nell’Iraq del nord puoi dire Kurdistan ed essere ricevuto con un sorriso, un abbraccio. Nel governo federale dell’Iraq dal 2005 esiste la regione autonoma del Kurdistan, con il suo parlamento, le sue scuole, il suo esercito. Da quando l’eroe leggendario Mustafa Barzani si mise a capo delle rivolte indipendentiste per essere riconosciuti come cultura e come entità politica, fiumi di sangue hanno continuato a scorrere. Ma oggi, da Erbil a Suleymaniye, la lingua ufficiale è il kurdo.
Una volta sono rimasto per una notte intera a sedere in casa di un amico a Diyarbakir ascoltando un anziano che intonava il dengbêj, racconto cantato che per secoli è stato la forma di trasmissione delle storie dei kurdi fra le generazioni. Dopo essere rimasti assorbiti nei vocalismi suadenti e aspri per ore, gli anziani e i ragazzi intorno erano sfiniti, con il viso sognante. Le donne portarono del cibo in grandi piatti rotondi di ferro, e mentre sorbivamo il tè chiesi al mio amico cosa significava quel racconto, di cosa parlava. Con un’espressione amara e ironica insieme mi disse che non lo sapeva, capiva solo poche parole di kurdo, non lo parlava mai nella sua vita quotidiana. Il vecchio che aveva cantato era suo nonno.
Nel suo rapporto al comando sull’assedio di Antep, il colonnello di brigata francese Marcel Abadie annotava nel 1921: « La popolazione di Antep si compone di Turchi (in grande maggioranza), di Kurdi, di Armeni, di Circassi e di alcuni Ebrei… i Kurdi possono essere considerati come una razza autoctona, il loro tipo differisce sensibilmente dal tipo turco e mongolo, abitano soprattutto i propri villaggi in pianura, salvo alcuni gruppi seminomadi che praticano la transumanza… Nell’insieme i Kurdi costituiscono una razza di guerrieri assai brutali, saccheggiatori all’occasione, estremamente robusti e molto bene armati dai bottini delle razzie ai russi. Questi sognano la creazione di un grande Stato kurdo che inglobi tutti i paesi ad ovest, est e sud dell’Eufrate, ma conviene rimarcare che gran parte delle tribù kurde ha fatto causa comune con i Kemalisti nella lotta contro i Francesi ». In seguito alla prima guerra mondiale e alla firma del trattato di Sèvres, ciò che restava dell’impero ottomano era stato diviso dalle potenze europee in rispettive zone di influenza. Nel 1920, gli inglesi occupavano il nord dell’Iraq, i francesi erano acquartierati nel sud-est anatolico e in Siria, agli italiani spettavano le zone di Adana e Konya. Ad ovest, sulle sponde del mediterraneo, Izmir era caduta sotto i colpi dei greci che avanzavano con un’irresistibile serie di vittorie sul campo, decisi ad annettere parte della Tracia e dell’Anatolia. Costantinopoli e il sultano restavano immobili sotto il controllo delle forze di occupazione. L’occidente si stava giocando a colpi di dadi e di obici le membra ancora vive della “Sublime Porta”. Dal suo quartier generale stabilito ad Ankara, il veterano di guerra Mustafa Kemal paşa preparava la lotta agli invasori nutrendo il sogno di una patria turca. I kemalisti, che da lui prendevano il nome e quasi tutti provenienti come lui dalle forze armate ammutinatesi al sultano, erano stati inviati su suo ordine nei territori occupati per organizzare eserciti di resistenza e prepararsi a dar battaglia. L’abile politica di Kemal aveva saputo suscitare negli animi della popolazione stremata dalla guerra e dall’occupazione un sentimento di rivalsa dai forti connotati nazionalisti, riuscendo a coagulare il consenso degli ex sudditi in cerca d’identità. Allo stesso tempo, aveva strategicamente riconosciuto la nazionalità kurda nella nuova Costituzione di Ankara, così da garantirsi l’appoggio delle tribù kurde dell’est. Turchi e kurdi avrebbero combattuto insieme, e insieme avrebbero governato la patria nascente. Una volta fondato il nuovo Stato, ai kurdi sarebbe stata garantita l’autonomia amministrativa dei loro territori, questi erano i patti. Nel settembre del 1922 quasi tutta la Turchia era stata liberata. All’inizio del 1923 fu formalmente proclamata la Repubblica Turca e Mustafa Kemal ne divenne il primo presidente. Una volta consolidata la sovranità interna e aver raggiunto la legittimazione a livello internazionale, la politica di Kemal verso i kurdi mutò. Alle elezioni per la nuova Assemblea Nazionale turca nessun deputato kurdo fu ammesso alla Camera. Nel 1924 fu emanato il primo decreto che proibiva l’uso della lingua kurda in pubblico, nelle scuole e per ogni pubblicazione; il turco fu imposto come unica lingua ufficiale. Tutte le promesse fatte al popolo kurdo in tempo di guerra furono tradite. Nella polvere di Antep, soldati turchi e kurdi avevano combattuto fianco a fianco, ma mentre i cadaveri dei caduti marcivano ancora sul campo di battaglia, erano stati divisi: gli uni resi eroi, gli altri dimenticati. La città ebbe una menzione speciale per il valore dimostrato, fu aggiunto il prefisso di Gazi, veterano, al nome Antep e l’ideologia nazionalista turca ne fece una delle sue roccaforti. “Ci sono persone in presenza delle quali qualunque verità suona come una menzogna” scriveva Vassilij Grossman nella Russia di Stalin. Voler parlare dei kurdi in Turchia, delle loro storie che non trovano posto nelle cronache ufficiali, fa bruciare le orecchie ai borghesi liberali come ai contadini analfabeti che hanno mandato i propri figli al fronte. Il discorso si arresta, le risposte si affilano tra i denti e diventano risentimento, la ragione si annebbia inquinata dai tentacoli di dichiarazioni di principio, mandate a memoria: “I kurdi non ci sono, puoi trovare solo turchi su quelle montagne”, “Sono morti in tanti per unire la patria, altrettanti ne moriranno per difenderne l’unità”. A guardarlo da vicino, il confine del Kurdistan è una ferita che secerne un fiotto denso e scuro, vischioso. Se vuoi sentirne le voci devi andarle a strappare al silenzio.
mercoledì 10 marzo 2010
martedì 16 febbraio 2010
Una rivoluzionaria
Il pavimento della cucina è coperto da uno sporco talmente antico che alcuni segni non se ne andranno mai, tatuati come sono nelle mattonelle. L’arredamento è povero: divano basso e sdrucito, cucinino provvisto di forno elettrico, frigo rumoroso, piccolo lavabo per lavare i piatti e i denti, sovrastato da una mensola traboccante di contenitori con spezie di ogni tipo. Al lato, una scala stretta di legno che conduce al secondo piano, alle due stanze da letto. Nell’altro spazio comune si entra da una porta al piano terra, superando un gradino di marmo. Quando piove, l’acqua sgocciola in casa dalle due aperture ai lati del tetto, qualche volta anche un uccello sbadato ci si infila. Per fortuna a Damasco non piove spesso. In questo periodo però fa freddo, siamo a gennaio. Nella piccola stanza con la porta chiusa c’è una stufetta elettrica che fatica a riscaldare l’ambiente. Tuncay, turco di Hantakya con origini arabe, gira lentamente il suo çay con la grazia naturale che possiede. È forse il quinto tè nel giro di un’ora che gli vedo sorbire, accompagnato da un'altra sigaretta. Yusuf, anche lui di Hantakya, legge raggomitolato sul divano poesie di Lorca. Rasha, l’anfitrione di casa, è seduta di fronte a me e mi versa il çay scuro in un piccolo bicchiere. Abitava sola fino a poco tempo fa, adesso Tuncay e Yusuf vivono qui, entrambi per studiare l’arabo. Hantakya, ciò che resta dell’antica e splendente Antiochia, citata nella Bibbia, è un borgo tra verdi montagne formicolante di vita, poco lontano dal confine siriano. Gli abitanti sono spesso bilingui, l’etnia difficile da classificare. Il territorio è Turchia, la cultura una sfumatura del passaggio tra gli arabi e i turchi. Fin da bambini i due ragazzi parlano arabo in famiglia, ma non l’hanno mai studiato, educati in scuole turche. Ora sono a Damasco per imparare la grammatica e la scrittura, studiano all’università locale. È per loro un modo di riscoprire, consolidare, un’eredità culturale che il confine turco, divisione amministrativa ed esistenziale, ha voluto seppellire. A Damasco hanno trovato Rasha, con cui è iniziata una convivenza, dividono l’affitto e si insegnano le rispettive lingue. Fra loro tre parlano arabo, con me i ragazzi parlano turco, e io e Rasha inglese. Siamo immersi in un incrocio, nel piccolo centro caldo creato da questa ragazza nella sua casa, a pochi passi da Baghdad street, vicino alle porte della città vecchia. L’ho conosciuta attraverso couchsurfing, un sito internet che mette in contatto chi cerca e chi offre ospitalità. Un modo di viaggiare tagliando le spese, e che fa entrare direttamente nel vissuto dei luoghi che si attraversano, senza mediazioni. In Siria è illegale, Rasha ci va utilizzando proxy server che aggirano i limiti imposti dal governo. Anche facebook e youtube sono vietati. Ma, insensibile ai divieti, Rasha ha trasformato la sua casa in un luogo di passaggio aperto, che vede viaggiatori di ogni nazionalità fermarsi, ripartire, e condividere con lei discussioni, informazioni e momenti di vita. Ci vuole un certo coraggio, dal momento che è una donna sola, in un quartiere conservatore, in uno stato fascista. La gente mormora ma lei non se ne cura. Il suo tempo, quando non lavora o studia, lo dedica a mettere in comune tutto ciò che sa sul suo paese con i viaggiatori. È una fonte inesauribile, consapevole dello stato delle cose, arguta e ironica, ribelle, saggia, e con un fondo di malinconia dove giace però un’imbattibile ottimismo. Ha occhi profondi e scavati dalle notti insonni a parlare e leggere, un corpo agile, la voce suadente e per me misteriosa e bellissima di un’araba. La madre è cristiana, il padre un ateo comunista, come anche lei si definisce d’altronde, che ha dato alla figlia il nome di Rasha in onore della Russia sovietica. Viene da un villaggio cristiano molto piccolo, al confine con l’Iraq, da cui si è spostata qui per fare l’università, Letteratura Inglese. Il padre ha avuto su di lei una grande influenza; quand’era piccola c’era in casa un busto di Lenin che lei osservava curiosa, il padre allora le disse che era una statua di suo nonno, morto ormai da tempo, e che poteva parlare con lui ogniqualvolta lo desiderasse. Lei instaurò con quella figura un rapporto intimo di confidenze che l’accompagnò per tutta l’infanzia. Anni dopo, scoprì dai libri scolastici che forse quell’uomo, Lenin, non era suo nonno, e anche se all’inizio ne fu intristita oggi ne ride e talvolta ancora si riferisce a lui come al caro “nonno Lenin”. Vie di fuga concesse all’immaginazione, qui in Siria dove all’immaginazione è stata legata una palla al piede.
Altro çay, ennesima sigaretta. Passiamo il pomeriggio così, Rasha non è mai stanca delle mie domande, e io sono troppo preso dai suoi racconti. “Bashar è un dittatore e la politica in Siria è una farsa” mi dice quasi inespressiva. Bashar al-Asad è il presidente siriano, figlio del defunto Hafiz al-Asad, dal 1994 e presumibilmente fino alla morte. “Quando Hafiz morì, fece in modo che la carica di presidente andasse al primo figlio, Basil, che morì lo stesso anno in un incidente d’auto … yani, il partito al potere è lo stesso da quarant’anni, il Baath, sono alawiti, e Hafiz semplicemente ha trasformato la presidenza in una carica ereditaria. Bashar a quel tempo studiava oculistica a Londra e non sapeva niente di politica. Si è ritrovato presidente da un giorno all’altro.”. “Ci sono le elezioni” ride “ma come ti ho detto non hanno valore. Votano minorenni, gente senza carta d’identità e non c’è alcun controllo. Nel mio villaggio ci sono stati più votanti del totale della popolazione alle ultime elezioni … quindi. Sui giornali scrivono che siamo una democrazia, per dimostrarlo ci paragonano agli Stati Uniti dove hanno due partiti, qui invece ne abbiamo sette, e per questo dovremmo essere più democratici! Ci sono anche due partiti comunisti …” gli occhi fissano il cucchiaino. Il culto del presidente Bashar è pervasivo, basta fare una passeggiata per accorgersene. La sua foto campeggia in ogni luogo, in tutte le dimensioni, negli uffici e nei negozi. Col braccio teso, mentre beve il tè, con gli occhiali da sole e la divisa militare. Ha del ridicolo, il suo volto è banale, grigio, l’espressione ebete sembra confermare che anche lui deve sentirsi fuori posto. Eppure è venerato, almeno in pubblico, e criticandolo apertamente si corrono dei rischi. Una volta ho chiesto a un ragazzo nel suq cosa pensasse di Bashar e lui ha sorriso entusiasta facendomi segno con il pollice in su. Allora ho insistito chiedendogli quale fosse la differenza tra l’attuale presidente e il padre. Mostrandomi il pugno chiuso dice “questo era Hafiz”, poi apre la mano come per dare, “questo è Bashar”, continuando a sorridere. Lo racconto a Rasha: “Certo, la gente pensa che poiché ha regalato case ai poveri Bashar sia più buono … pfu … è solo populismo, mantiene il popolo nella degenza e nell’ignoranza, fa leva su di loro per consolidare il suo potere, lo vedono come un leader quasi religioso, al di sopra dell’errore, anche perché presumere che sbagli è considerato tradimento. Sono questi i due pilastri del suo potere: una massa rinchiusa nella gabbia mentale della religione, e la paura che alimenta il governo nei confronti degli stranieri, degli occidentali e di Israele, creando uno stato di guerra permanente … che poi è ufficiale, noi siamo in guerra dal 1948, con Israele, c’è la legge marziale e i poteri straordinari per il presidente.” La società civile, questo miraggio nel deserto siriano, dov’è? “Fatica a sopravvivere, le gente fa tre lavori perché i prezzi sono alti e le paghe misere, non ha tempo per la politica. Manifestare? Serve l’autorizzazione governativa. Di solito permettono manifestazioni critiche con la politica solo per far convergere tutti in una piazza e arrestarli. Però il governo qualche volta organizza le manifestazioni … eh si, chiama la gente in strada per supportare i palestinesi, gli iracheni, i somali, ma yani per noi siriani non manifestiamo mai?! È di questo che abbiamo davvero bisogno”.
“Il problema è culturale. Accettiamo di essere sottoposti a leggi contro la dignità umana e la libertà d’espressione. Per esempio, un marito può ripudiare la propria moglie senza doverle garantire nulla, la lascia così, come gli pare, e magari ne ha due o tre di mogli. Chi è sorpreso a masturbarsi va in galera, ed è diffusa la delazione, anche senza prove. Persino il delitto d’onore è tollerato, non lo incitano certo, ma un padre che ammazza la figlia che ha perso la verginità prima del matrimonio in galera non ci va …. Voglio dire che sono le stesse donne a permettere ciò, c’è una schizofrenia sotterranea, una stasi imposta e assorbita, le strade per valorizzare le menti creative e i discorsi auto critici sono tutte ostruite. E quel che è peggio, anche da noi stessi.” Rasha parla liberamente della sessualità, sappiamo entrambi che ogni potere nella storia ha sempre esercitato in questo ambito il suo controllo più sottile e invadente: se si arrivano a disciplinare i corpi nella loro intimità, nelle loro reazioni emotive, si raggiunge lo scopo di soffocare l’immaginazione di alternative ai dati di fatto del potere. In Siria, la sessualità e la condotta individuale sono soggette al controllo della morale religiosa patriarcale, un insieme di permessi e divieti che si strutturano in regole coercitive il cui fondamento si suppone sacro. Diventa come un cerchio chiuso: l’interpretazione religiosa e l’uso strumentale che ne fa il potere. La verità è tutta qui, passato, presente e futuro, tutto risolto nel Testo, nell’interpretazione che si dà del Testo. Non è necessario andare oltre, non ha alcun senso sperimentare altri approcci e altre strade, poiché la perfezione è stata raggiunta nelle origini e non si deve far altro che imitarla. L’identità diventa succube della memoria, un suo riflesso, e gli strumenti che offre per la comprensione del reale sono miseri e granitici. Naturalmente, le condizioni di questa chiusura e stasi culturale sono mantenute, perseguite dalle istituzioni, culturali e politiche; esse utilizzano il Testo come legittimazione del potere, e le sue verità come verità del potere. Religione, politica, tradizione, si confondono e riducono fino a diventare limiti al cambiamento e ad una visione aperta a sollecitazioni eclettiche. È questo che Rasha vede come il problema attuale degli arabi, cristiani e musulmani. La difficoltà di creare cultura mescolando apporti diversi, esprimendosi in linguaggi nuovi, producendo sapere. Il potere teme il sapere, non è interessato all’individuo creativo, esso aspira alla massa, al numero in cui l’individuo sparisce, così da eliminare i rischi di contraddizione ai principi su cui poggia. L’ignoranza e il timore del cambiamento sono le vere benedizioni del potere. “ Mio fratello, che è cresciuto con me, è molto tradizionalista. Qualche tempo fa mi ha proposto un uomo da sposare, perché dice che è arrivato il momento, che ora ho dei pretendenti e non posso più rimandare … io gli ho detto di farsi gli affari suoi, che il corpo è mio e sono io a decidere … non voglio sposarmi, soprattutto non con qualcuno che nemmeno conosco. Ma la questione è che certi argomenti non si mettono in discussione apertamente. Non ho nessuna amica con cui parlare liberamente del sesso, per loro è un affare di famiglia non un’esperienza individuale. È frustrante. Certe volte penso che hanno paura di ribellarsi, altre volte che si adattano, che iniziano a immaginare la loro vita all’interno di questa visione, e ne diventano partecipi, pronte a riprodurla ancora … Ma la contraddizione è evidente, vanno a comprarsi intimo costosissimo che non mostreranno mai fino al matrimonio, passano le giornate dal parrucchiere e poi si coprono con il velo oppure depilano tutto il corpo e inorridiscono perché io non lo faccio. Non sanno perché fanno quello che fanno, seguono la convenzione, non si rendono conto che la loro vita è sottomessa alla gratificazione del maschio!”. Rasha apprezza il dubbio, nutre un’accesa curiosità per ciò che non conosce, che sia la sessualità o la cultura occidentale. “I libri migliori che ho letto me li sono trovati da sola … all’università i metodi d’insegnamento si basano sulla memorizzazione, non c’è critica né opinioni, bisogna bersi tutto. La cosa assurda è che gli studenti più appassionati se ne vanno, borse di studio permettendo, perché qui le loro potenzialità sono umiliate”. Sembra quasi che il regime spinga i migliori ad andarsene. In fondo, le menti geniali sono il primo nemico dell’ordine costituito, soprattutto quando quest’ordine è un sistema chiuso che ha in sé tutta la verità. “L’occidente poi … quanti ne ho visti di viaggiatori che venivano in Siria a cercare l’oriente, le tradizioni … la colpa è anche loro! E dei loro governi. Non sono interessati allo stato di minorità del popolo siriano, i diritti umani sono un affare politico che mettono in campo quando hanno delle convenienze, guarda cosa succede in Palestina. E l’inferno che hanno fatto in Iraq? ... Per l’occidente siamo un mercato, ci offre le sue invenzioni e ce le fa sembrare indispensabili, ma non ci invita a possedere il cervello che le ha inventate e non ci aiuta a svilupparne uno. Siamo strumenti, o nemici su cui lanciare bombe. Hanno bisogno di noi per sfruttarci o distruggerci.” L’ipocrisia dell’Europa, a vederla da qui, è evidente. Nella classe intellettuale si tende ad attribuire ai siriani, come agli arabi in generale, un’ ideologia dell’arretratezza ammantata di fascino. La tipologia di certi discorsi, sull’eredità culturale, le origini, la tradizione, mirano a lasciare l’arabo confinato nel passato: puro e immune dalla decadenza o chiuso nel suo mondo arretrato, a seconda dell’uso contingente dettato da necessità politiche ed economiche. Quando si sente parlare di dialogo con gli arabi, con chi i governi europei vogliono dialogare? Hanno una vaga idea della complessità e varietà del mondo arabo? E, anche più importante, sono pronti ad andare fino all’estreme conseguenze dei valori che propugnano, accettando di basare il dialogo sul riconoscimento del diritto alla vita di tutti i popoli? Dei palestinesi come degli israeliani? Sembra che l’Europa sia incapace di fare scelte politiche e sviluppare un pensiero in maniera autonoma dall’amministrazione statunitense. Rasha non ha di questi pregiudizi, ha assorbito molto dalla cultura europea, libri, cinema, musica, idee. Data la sua conoscenza di inglese e arabo può attingere alla produzione culturale di questi due mondi con disinvoltura. Paradossalmente ha una visione più ampia di uno studente europeo che studia filosofia limitandosi alla produzione occidentale, anche se lei vive nella soffocante afasia culturale siriana.
Alla radio stanno passando Fairouz, cantante libanese, un mito in tutto il mondo arabo. È sulle scene da quarant’anni e gli appassionati la chiamano la nostra ambasciatrice presso le stelle, per il suo timbro caldo e sofferente che ti porta lontano. Con lei è cresciuta più di una generazione ed i siriani la prediligono particolarmente. Rasha canticchia con gli occhi socchiusi, mentre scalda una fetta di pane sottile sulla stufetta. Tuncay porta sulla tavola hommos e muttebel, due specialità siriane di cui sono ghiotto. Ceci e melanzane con yogurt e cumino, schiacciate a crema. Ad accompagnarle, l’immancabile tè. Mangiamo in silenzio, Fairouz riempie la stanza, ci scambiamo sguardi che non hanno lingua, vicini e al di là delle difficoltà che conosciamo bene. Fuori da questa porta molti dei nostri discorsi sono impensabili, eppure li portiamo sulle strade semplicemente continuando a vivere, dopo e durante. Rasha desidera viaggiare e conoscere il mondo, ma il suo cuore è legato alla Siria, lei è l’olio che tiene accesa la fiamma. Il problema sono i visti, i confini e il denaro. Il suo primo viaggio lo farà a Gaziantep, in Turchia, quando la ospiterò a casa mia. C’è una poesia che mi ricorda i suoi sogni, l’ingiustizia, la speranza. La scrisse Mohamad al-Maghout, un poeta siriano che conobbe la prigione e l’esilio, senza mai abbandonare le sue due passioni, ridere e fumare. Nella poesia c’è qualcosa di universale, tutti gli uomini la possono comprendere. “Oh! Il sogno, il sogno!/ il mio robusto carro dorato è in panne/ le sue ruote sono sparse dovunque come zingari./ Una notte sognai la primavera/ e al risveglio fiori erano sparsi sul mio cuscino./ Ho sognato una volta del mare/ e al mattino il mio letto traboccava di conchiglie e pinne di pesce./ Ma quando ho sognato la libertà/ lance acuminate circondavano il mio collo per darmi il buongiorno/ Da ora in avanti tu non mi troverai nei porti o fra i treni/ ma lì … nelle biblioteche pubbliche/ addormentato sulle mappe del mondo/ (come l’orfano dorme sui marciapiedi)/ dove le mie labbra toccano più di un fiume/ e le mie lacrime scorrono/ da continente a continente.”
martedì 8 dicembre 2009
Dinamiche del presente in Turchia. Dispaccio I. Il tutto sta nel molteplice.
Dopo quasi un secolo d’esistenza, la storia della Repubblica Turca non è stata ancora scritta. Allo stato attuale, vi sono versioni ufficiali degli avvenimenti occorsi dalla fondazione dello Stato nel 1923, ma oltre queste narrazioni un affollato coro di voci rifiutate preme per raccontare la propria versione dei fatti, o per ricordare eventi del tutto rimossi. Le ragioni di questo “oblio imposto” vanno ricercate nella retorica governativa che, a partire da Mustafa Kemal Ataturk (il “padre” della patria), ha costruito e imposto un’immagine della Turchia fondata sull’unità di lingua, di valori e di sforzi del popolo verso obiettivi comuni, nel tentativo di annullare le differenze in nome di una comune appartenenza alla Nazione Turca. Un concetto basato sulla nozione di “cittadinanza”, che nella sua applicazione pratica ha assunto connotazioni etniche pericolosamente totalizzanti. Sto parlando dell’Ataturkismo, o Kemalismo, l’”essere turco” come l’unica identificazione concessa e accettata e l’unico punto di vista storico diffuso a tutti i livelli del sociale, l’ideologia di Stato nella cui difesa ha avuto un ruolo importante l’esercito turco. Auto promulgatosi difensore dei valori della patria, del secolarismo e dell’eredità di Ataturk, l’esercito è da sempre una presenza rilevante della storia repubblicana, agendo da dietro le quinte o apertamente, interrompendo la dinamica parlamentare con ben tre colpi di Stato (1960, 1971, 1980) e intervenendo pubblicamente su ogni questione all’ordine del giorno. Naturalmente i generali, insieme ai due partiti nazionalisti attualmente all’opposizione (CHP e MHP), sostengono il mantenimento delle leggi che sono l’espressione più genuina dell’ideologia Kemalista: l’articolo 301 del codice penale che punisce “l’oltraggio alla Turchia e all’identità turca”, un meccanismo del diritto adottato per colpire qualsiasi opinione divergente o versione alternativa dei fatti, e la legge costituzionale che punisce chi “fomenta il separatismo” (perfezionata dalla “legge antiterrorismo” del 1991), un’arma legale utilizzata verso quei partiti o quegli individui che osano affermare l’esistenza di più etnie e più identità nel territorio turco. Nonostante molto sia cambiato da quando esisteva un unico partito legale in Turchia, il Partito Repubblicano, e da quando le leggi che limitavano i diritti delle minoranze erano ferree e indiscutibili, non esiste ancora uno spazio pubblico di discussione che permetta un confronto libero sulla storia e sul presente senza conseguenze per gli interlocutori. Di più, è solo da pochissimo che il governo Turco ha riconosciuto l’esistenza di una “questione kurda” nel paese, rischiando una possibile messa al bando per aver posto il problema. Il fatto è che anni di propaganda hanno plasmato la mentalità della popolazione, rendendo socialmente accettabili soprusi e limitazioni della libertà d’espressione. L’ombra costante dell’esercito e un conflitto sanguinoso che dura da venticinque anni tra lo Stato e i combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), le intimidazioni, i rapimenti e le distruzioni che hanno subito le minoranze del paese, la presenza di reti di potere sotterranee connesse ad apparati statali, sono alcuni dei nodi che la Turchia deve trovare il coraggio e l’umiltà di affrontare. Solo aprendosi al dialogo, solo con la partecipazione di più voci nel dibattito pubblico e solo facendo i conti con il proprio passato sarà possibile costruire una democrazia operativa e guardare con più fiducia al futuro.
Vivendo in Turchia si impara presto che la differenza tra gli individui è la caratteristica più saliente del popolo turco, se esiste un popolo turco. Può capitare di ascoltare versioni talmente diverse della stessa storia, o giudizi opposti sullo stato delle cose, che il più delle volte, per quieto vivere, si evitano certi argomenti. Ad esempio, il conflitto nel profondo est fra esercito e guerriglieri del PKK (in corso ufficialmente dal 1984). È come raggiungere un punto critico delle contraddizioni quando si parla dei fatti e delle ragioni della guerra. Non esiste nemmeno un modo univoco di nominarla: guerra fratricida? Lotta di liberazione? Guerra al terrorismo separatista? Ci sono famiglie che sono la personificazione di questo corto circuito: non sai davvero cosa pensare quando uno dei tuoi figli è un soldato dell’esercito regolare e l’altro si unisce alla guerriglia sulle montagne. Se moriranno, chi dei due sarà il martire? L’unica cosa che a questo punto resta chiara e senza differenze di parte, è il pianto delle madri. Oppure il valore della Repubblica, la sua sacralità va difesa o combattuta? Vivere in un agiato quartiere di Istanbul, preoccupandosi solo delle numerose possibilità offerte da un economia in crescita, rende il passato un peso ingombrante e il supporto allo Stato una naturale inclinazione. Se però nasci e cresci in un villaggio al confine con l’Iraq, la depressione del sottosviluppo ti circonda, la lingua dei tuoi genitori è diversa da quella che ti insegnano a scuola e non sai chi sei chiaramente, e dove ti condurrà la tua condizione. Ci sono storie tristi dovunque, se si sa ascoltare. E musiche, e suoni e costumi, che non sono semplicemente varietà folclorica, come vorrebbero i quieti borghesi urbanizzati, ma manifestazioni di irriducibile resistenza. È un dilemma aperto, che non ha soluzione, il nemico è lo specchio in cui ogni fazione rivede i suoi incubi. La paura inconscia di rivivere lo sfaldarsi dell’Impero Ottomano sotto la pressione dei diversi gruppi etnici, agita i sogni dei nazionalisti. E la minaccia del ripetersi di retate notturne di uomini incappucciati tiene svegli i vecchi di Tunceli, di Nusaybin, di Diyarbakir. Tante storie si sovrappongono, avvenute nel travaglio costante della storia turca. Per avvicinarsi a capire bisogna ascoltare ognuna di queste voci poiché, come diceva Erodoto, il tutto sta nel molteplice.

Osservate dal sud-est, dagli altipiani e dalle montagne dell’Anatolia, le numerose anime del paese si mostrano senza mediazioni. Basta viaggiare da Gaziantep verso ŞanliUrfa e Mardin, puntando verso Batman. Tra lunghe distese di piane desertiche sono disseminati numerosi villaggi, alcuni miseri e semidistrutti, altri verdeggianti e con una vita placida scandita dai ritmi lenti della terra. È interessante sapere che ogni paesino, villaggio, agglomerato di case che incontri sul cammino risulta avere due nomi. Il nome ufficiale, quello scritto sulle cartine e nei registri, è il più recente, ed è turco, inventato a tavolino da solerti geografi nazionalisti. L’altro nome ha un suono chiaramente diverso, è kurdo, è scritto nell’aria e sui sassi, nella memoria, e lo conosci solo domandando ai locali e solo se di te si fidano. Lo scrittore kurdo Musa Anter, nei suoi libri autobiografici, si è impegnato a preservare la memoria della vita dei kurdi schiacciati da una negazione permanente, e ricorda nei suoi scritti anche i vecchi nomi trasmessi da generazioni, prima dell’avvento della Repubblica Turca: “Diamo uno sguardo alla mia situazione: il Kurdistan è la regione più arretrata della Turchia, la città di Mardin è la città più arretrata del Kurdistan, Nusaybin è il paese più problematico della provincia di Mardin. Stelile (rinominato Akarsu dai turchi) è il più povero paesino di Nusaybin. Zivinge (rinominato Eski Mağara dai turchi) è il più sottosviluppato villaggio di Stelile e secondo l’archivio anagrafico io sono nato in via Caye, numero 2.(...) Per 7000 anni le nostre caverne erano conosciute col nome di Zivinge ma ora senza consultare gli abitanti un governo brutale, come se stesse dando un nome a un cane o un gatto, ha rinominato il nostro villaggio Eski Mağara (vecchia caverna)... così dopo 65 anni io sono diventato un abitante delle Vecchie caverne! È interessante ricordare che quando la Bulgaria indipendente iniziò a cambiare i nomi turchi in bulgaro ci fu una rivolta come se fossero stati colpiti i diritti umani. Mi domando se i bulgari hanno imparato questo giochetto dai turchi?”
Questa schizofrenia identificativa iniziò ben prima della nascita della Repubblica. Mentre l’Impero Ottomano era attraversato da rivolte, nel 1910, il disperato tentativo del governo centrale per mantenere la coesione fu di rinominare i villaggi che inesorabilmente si allontanavano dalla sua orbita di controllo; non solo i nomi kurdi, ma anche i nomi greci, armeni e bulgari furono cambiati. Non servì a molto, l’Impero era in una crisi terminale, ma la pratica fu adottata anche da quei generali, primo fra tutti Ataturk, che si diedero il compito di fondare un moderno Stato. Eppure la memoria non è andata perduta. Allora come oggi, la presenza dei kurdi in Turchia è numerosa, si parla di 15 milioni. Di questi, diverse migliaia sono stati costretti ad abbandonare i propri villaggi nel corso delle operazioni dell’esercito nell’est, emigrando verso le periferie delle grandi città. Tuttora attendono di poter ritornare alle proprie case. Circa 7000 kurdi affollano le carceri statali, con accuse che vanno dal terrorismo alla propaganda separatista, per la maggior parte soltanto colpevoli di aver partecipato a manifestazioni o di aver diffuso volantini. Anche loro attendono un’amnistia più volte annunciata ma non attuata. Fino al 1991, la lingua kurda era illegale, chi ascoltava musica o leggeva libri in kurdo subiva l’arresto. Non era possibile produrre alcun tipo di cultura, ed era persino vietato dare ai propri figli nomi kurdi. In Turchia i kurdi sono stati perseguitati per il loro sentirsi diversi, lo dicono i fatti, l’unica possibilità concessa dal governo era l’assimilazione forzata. Ma una cultura non si può cancellare, essa abita nelle persone ed è talmente profonda che resistere coincide con vivere. Mi raccontava un’anziana signora che si riunivano in segreto le famiglie kurde, di notte, e alla luce di lampade a petrolio parlavano nella loro lingua fino al mattino, insegnando ai bambini le storie tramandate di eroi e poeti. La trasmissione del sapere per via orale è stata per millenni l’unica forma di memoria del popolo kurdo. Musa Anter è uno degli intellettuali che provava a trasportare questa memoria in forma scritta, e a raccontare tradizioni e usanze mai abbandonate. La sua lingua di scrittore era il turco, per destino più che per scelta, ironia della storia. Era anche impegnato politicamente: nel 1990 aveva partecipato con altri esponenti della cultura alla creazione di un partito che fosse espressione della minoranza kurda, il Partito Popolare del Lavoro (HEP; "Hilkin Emek Partisi"). Dichiarato illegale, i suoi rappresentanti furono arrestati, con l’accusa di “fomentare il separatismo”. Non servì ad abbattere la fiducia in Anter. Tra molte difficoltà fondò e diresse l’Istituto Kurdo di Istanbul, e animò come redattore due importanti giornali: il settimanale Yeni Ülke e il quotidiano Özgür Gündem. Fino all’ultimo fu costantemente impegnato nel racconto del suo tempo, dal punto di vista dei kurdi. Finché non lo ammazzarono. Nella città di Diyarbakir, durante una manifestazione culturale, fu prelevato dal suo albergo da qualcuno che conosceva, e fu condotto insieme al nipote Orhan Miroğlu in un luogo isolato. Lì, gli spararono almeno otto colpi. Era il 20 dicembre 1992. Per 15 anni le indagini sono rimaste a un punto fermo. I dossier relativi all’omicidio sono stati classificati come “segreto di Stato”, anche se il procuratore ha ammesso che ad agire sono stati agenti statali. Nel 2007, dalla Svezia, l’ex-guerrigliero del PKK ed ex-membro del JITEM (un apparato segreto della gendarmeria utilizzato nella “lotta al terrorismo”), Abdulkadir Ayğan ha iniziato a parlare, rivelando che l’omicidio fu compiuto nell’ambito del JITEM, ordinato da ufficiali governativi. Perché? Uno scrittore è armato solo di parole, e nei suoi scritti Anter parlava del passato. Aveva speso anche parole dure nei confronti del PKK, accusandone alcuni membri di vessare i civili kurdi con tassazioni e di partecipare congiuntamente ad elementi statali al traffico di droga. Per trovare il movente, bisogna guardare altrove, all’attività segreta di organizzazioni interne allo Stato che agivano (agiscono?) in nome di interessi propri, nell’intento di fomentare il caos e l’instabilità. Molti eventi sanguinosi senza apparente spiegazione della recente storia turca, osservati da questa prospettiva, troverebbero forse una soluzione.

Musa Anter
Le mani alzate al cielo e un’invocazione, sono la risposta della madre di Baran alle mie domande sul suo passato. Villaggio nei pressi di Halfeti, provincia di ŞanliUrfa, giorni del Kurban Bayram, o Eid, la festa del sacrificio più importante del calendario musulmano. La lingua che qui si parla per le strade è il kurdo, i bambini crescono bilingue. La mattina a scuola insieme al maestro, prima delle lezioni, pronunciano la professione di fede alla patria turca: "Ne Mutlu Türküm Diyene", “Felice Colui Che Può Dirsi Turco”, sentenza di Ataturk inscritta in ogni angolo del paese, mentre alla sera intonano con la famiglia i canti del loro popolo, se non hanno il televisore per guardare canali satellitari kurdi. Quaggiù le questioni politiche sono lontane, e allo stesso tempo sono accanto al pane che si mangia ogni giorno. Molte famiglie vivono una quotidianità difficile, fatta di stenti e sacrifici che non lasciano spazio alla speculazione. Il desiderio dei giovani è principalmente trovare un lavoro, lasciare il villaggio, vedere il mondo. Non tutti. Alcuni alimentano dentro sè stessi l’odio costante per i tank turchi che passano nelle stradine sterrate, troppo grandi e minacciosi per questa contrada di pastori e contadini. Sulla pelle dei giovani kurdi si gioca una sporca partita di propaganda incrociata: da un lato l’assimilazione ad ogni costo, dall’altra la guerriglia fino alla morte. Lo spirito genuino di rivalsa che può provare un kurdo consapevole della sua storia, viene incanalato dai seguaci del PKK anche verso azioni non propriamente di resistenza. Distinguere è difficile, se non impossibile. Segmenti deviati del Partito dei Lavoratori del Kurdistan collaborano con uomini dello Stato nel traffico di droga, da queste parti non è un mistero. Alcuni dicono per finanziare la guerra di resistenza ma altri sono sicuri che esistono accordi segreti tra le parti affinchè la guerra non finisca mai. Lo scontro violento spesso si risolve in assassinii tra l’esercito e i combattenti, in mine piazzate sulle strade che coinvolgono civili inermi, e in bombardamenti dell’esercito su villaggi di pastori. Dove porta la scia di sangue? Trovare una mediazione tra i due estremi, è ciò che ha deciso Baran. Studia alacremente storia all’università di Gaziantep, e ciò che non gli fanno studiare lo approfondisce per conto proprio. Come la rivolta e il massacro di Dersim, negli anni 1937-38, dove furono uccisi secondo stime al ribasso almeno quarantamila tra kurdi alevi (una setta dell’Islam) e cristiani. Oggi Dersim si chiama Tunceli, ma i vecchi ricordano ancora. Eppure, alla facoltà di storia i professori non ne hanno mai sentito parlare... Baran vive la sua identità con coraggio, cercando strade per una rivalsa che non passi attraverso un fucile. Intanto, in casa sua, la madre non riesce a fare a meno di tenere sempre acceso il televisore sul canale che trasmette dal Kurdistan iracheno, forse un modo per ricordare che esistono luoghi in cui i kurdi sono liberi di essere sè stessi.
Ci sono segnali inequivocabili di un cambiamento in atto nelle politiche e nella percezione della “questione kurda”. Da quando nel 2005 il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan tenne il suo famoso discorso a Diyarbakir in cui riconobbe l’esistenza della questione, è stato come aprire una pentola a pressione da cui molte speranze sono emerse. Fino ad allora dei kurdi in Turchia si parlava o come di “felicemente integrati” o come di “sostenitori dei terroristi”, negando a priori l’esistenza di qualsiasi problema condiviso. Sembrava impossibile anche solo immaginare ciò che sta accadendo oggi. Vedere, ad esempio, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoğlu sorridente e circondato da bandiere del Kurdistan iracheno mentre stringe la mano al Presidente del Governo Regionale Kurdo, Massoud Barzani, lanciando un messaggio d’amiciza (tradotto in kurdo) e descrivendo Erbil, la capitale dei kurdi iracheni, come casa propria. Un vero momento storico e un altro passo della politica di Davutoğlu “zero problemi con i vicini”, che sta conducendo a cambiamenti nelle relazioni con il problematico governo siriano e ha portato alle prime timide aperture verso l’Armenia. Un altro evento che rompe col passato è stato la creazione in Tuchia, all’inizio del 2009, del primo canale televisivo in lingua kurda, partito con delle limitazioni sugli orari di trasmissione, ma che lentamente sta guadagnando autonomia. Ancora, l’apertura del primo dipartimento di lingua e letteratura kurda all’Università di Mardin, diventato operativo dopo tanti rinvii e intimidazioni. In questa partita un ruolo importante hanno avuto le pressioni dell’Unione Europea, per la quale l’allargamento dei diritti culturali e linguistici è un prerequisito irrinunciabile all’entrata della Turchia nel club europeo. E il Partito della Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdoğan sta moltiplicando gli sforzi in questa direzione. Alla fine dell’estate è stato annunciato un pacchetto di riforme per garantire i diritti delle minoranze, chiamato prima “l’inziativa kurda” poi “l’apertura democratica” e infine sigillato come “il progetto di unità nazionale”. Il 45% della popolazione, secondo un recente sondaggio, sostiene il processo in atto; troppi anni di guerra e troppi morti (stime parlano di 40.000 vittime) stanno convincendo l’opinione pubblica dell’impossibilità di risolvere lo scontro con il PKK solo con le armi. Persino il Generale in comando İlker Başbuğ ha fatto la storia, essendo il primo generale turco a riconoscere che l’esercito da solo non può risolvere il conflitto. Alcuni opinionisti, tra cui Cengiz Çandar (giornalista del quotidiano Radikal), connettono la serie di riforme in atto ad una strategia economica di stabilizzazione dell’Anatolia e di normalizzazione dei rapporti con i kurdi iracheni. Con l’imminente partenza dei soldati americani dall’Iraq (annunciata al più tardi per l’inizio del 2011) i Turchi non avranno più carta bianca per le loro incursioni oltre confine a “caccia di terroristi” e la presenza di giacimenti di idrocarburi nel territorio del Governo Regionale Kurdo impone il consolidamente di alleanze commericiali (tralatro in atto da qualche anno con investimenti turchi nel territorio) piuttosto che ulteriori conflitti. Ci sono grandi progetti in cantiere per la costruzione di gasdotti che attraverseranno l’Iran e la Turchia verso l’Europa (il progetto Nabucco) e lo Stato turco ha interesse alla pacificazione dell’est per evitare attacchi durante i lavori. Riserve di gas che fanno gola agli europei, per limitare la dipendenza dalla Russia nell’approvigionamento energetico, e che stanno conducendo ad una convergenza di interessi. Il problema principale, e lo scopo primario dell’”inziativa kurda”, è la fine della guerra con il PKK, e il ritorno dei circa 5000 guerriglieri dal Monte Quandil e dai territori montagnosi del nord-est dell’Iraq. Per rassicurare i combattenti sulle buone intenzioni del governo, lo stesso presidente Abdullah Gül ha annunciato che quelli che erano considerati fino a poco fa “terrosti”, in caso di ritorno, saranno reintegrati nella società. E per testare queste parole di apertura, agli inizi di ottobre, 34 combattenti si sono consegnati alle autorità turche, iniziando la discesa dalle montagne. Accolti come eroi da molti kurdi in Turchia, fatto che ha suscitato aspre critiche dei partiti all’opposizione, gli ex-guerriglieri hanno consegnato una dichiarazione del PKK che vuole essere una mano tesa alle riforme attuate dall’AKP. Se i diritti dei kurdi aumenteranno in Turchia e se gli ex-combattenti saranno graziati, il PKK si impegna a cessare le ostilità. Anche Abdullah Öcalan, leader del PKK, dal carcere di Imrali dove sconta una sentenza a vita, ha fatto pervenire ai suoi avvocati una road-map per la pacificazione, attualmente allo studio del governo.
Un attore importante, il cui destino è incerto, resta il Partito della Società Democratica (DTP), partito legale che rappresenta i kurdi in parlamento, e che nelle elezioni di marzo ha aumentato la sua base politica. Due anni fa, è inziato un procedimento intentato dall’Uffcio del Procuratore della Suprema Corte d’Appello nei confronti del DTP, accusato di fomentare il separatismo e di intrattenere rapporti con il PKK. Il partito rischia la chiusura e l’esclusione dalla politica di 219 membri per cinque anni. L’otto dicembre è iniziata l’udienza della Corte Costituzionale che dovrà decidere della fondatezza delle accuse. Il momento è delicato, e un’eventuale chiusura del DTP potrebbe essere un serio ostacolo al processo di “apertura democratica” sostenuto dall’AKP. Nei giorni scorsi, in molte città dell’est e a Istanbul ci sono state proteste di kurdi per le strade sfociate in scontri con le forze dell’ordine. I manifestanti, richiamati anche dai proclami del DTP, accusano il governo di aver peggiorato le condizioni di incarcerazione di Abdullah Öcalan, spostato in una nuova cella che gli avvocati hanno detto essere più piccola e peggio illuminata della precedente mentre il Ministro della Giustizia ha affermato essere in linea con gli standard europei. Ha tanto l’odore di un pretesto, raccolto dal malcontento dei kurdi e trasformato in casus belli dai parlamenteri del DTP. Ciò non pone a loro favore, mentre la Corte Costituzionale è impegnata a decidere se le azioni e le dichiarazioni del partito siano o no “in contrasto con l’integrità dello Stato”. L’unica cosa che a questo punto può salvare il DTP è un cambiamento della “Legge sui Partiti”, a lungo criticata per i suoi aspetti anti-democratici. Ma ciò risulta difficile, poichè è necessario il sostengno anche dei partiti nazionalisti, i quali non nascondono la loro decisa opposizione al processo di “apertura democratica”. Come si comporterà l’AKP nel caso in cui la Corte Costituzionale decidesse la messa al bando del DTP? L’inziativa del governo di allargamento dei diritti e della democrazia subirà ripercussioni negative? Sarà possibile aspettarsi una convergenza di sforzi nel progetto di unità nazionale mentre per le strade si combatte e il parlamento viene decimato da leggi anti-democratiche? In tutto questo, i partiti nazionalisti del CHP e del MHP continuano la loro propaganda che demonizza l’AKP accusandolo di cospirare per la separazione del paese e di scendere a patti con i terroristi. Ulteriore benzina sul fuoco in un groviglio di tensioni di cui non si vede la fine.

C’è una foto che parla del presente meglio di un discorso. È una foto di questi giorni, di una delle manifestazioni nell’est, che sono scoppi di rabbia e d’orgoglio che vengono da lontano, che parlano di tragedie passate e desideri per il futuro. Ci sono bambini che lanciano pietre, decine di bambini. Sono chiaramente troppo piccoli per avere opinioni politiche, ma non così inconsapevoli da non rendersi conto del pericolo che corrono. Essi chiedono di essere tenuti in considerazione. Lo fanno in maniera violenta perchè per troppo tempo la violenza è stata l’unica lingua comune di tutte le fazioni in lotta. Chiedono di essere riconosciuti, di avere una storia, di vedere le madri felici, i fratelli tornare. La strada intrapresa da alcuni partiti e gruppi sociali può portare per la prima volta a un cambiamento davvero radicale nei rapporti tra gli individui in Turchia, a un dialogo tra le differenze, a un confronto aperto su temi comuni per raggiungere decisioni condivise, liberi da schizofrenie autoritarie e sogni, incubi, di unicità e purezza identitaria. Prima o poi, la Costituzione di questo paese dovrà cambiare, i suoi presupposti etnici sono un limite alla convivenza della diversità e alla libera espressione dell’opinione. Oggi si vede un lumicino nell’oscurità imperante, alimentarlo e farlo crescere è l’unica cosa saggia da fare.
