martedì 16 febbraio 2010

Una rivoluzionaria


Il pavimento della cucina è coperto da uno sporco talmente antico che alcuni segni non se ne andranno mai, tatuati come sono nelle mattonelle. L’arredamento è povero: divano basso e sdrucito, cucinino provvisto di forno elettrico, frigo rumoroso, piccolo lavabo per lavare i piatti e i denti, sovrastato da una mensola traboccante di contenitori con spezie di ogni tipo. Al lato, una scala stretta di legno che conduce al secondo piano, alle due stanze da letto. Nell’altro spazio comune si entra da una porta al piano terra, superando un gradino di marmo. Quando piove, l’acqua sgocciola in casa dalle due aperture ai lati del tetto, qualche volta anche un uccello sbadato ci si infila. Per fortuna a Damasco non piove spesso. In questo periodo però fa freddo, siamo a gennaio. Nella piccola stanza con la porta chiusa c’è una stufetta elettrica che fatica a riscaldare l’ambiente. Tuncay, turco di Hantakya con origini arabe, gira lentamente il suo çay con la grazia naturale che possiede. È forse il quinto tè nel giro di un’ora che gli vedo sorbire, accompagnato da un'altra sigaretta. Yusuf, anche lui di Hantakya, legge raggomitolato sul divano poesie di Lorca. Rasha, l’anfitrione di casa, è seduta di fronte a me e mi versa il çay scuro in un piccolo bicchiere. Abitava sola fino a poco tempo fa, adesso Tuncay e Yusuf vivono qui, entrambi per studiare l’arabo. Hantakya, ciò che resta dell’antica e splendente Antiochia, citata nella Bibbia, è un borgo tra verdi montagne formicolante di vita, poco lontano dal confine siriano. Gli abitanti sono spesso bilingui, l’etnia difficile da classificare. Il territorio è Turchia, la cultura una sfumatura del passaggio tra gli arabi e i turchi. Fin da bambini i due ragazzi parlano arabo in famiglia, ma non l’hanno mai studiato, educati in scuole turche. Ora sono a Damasco per imparare la grammatica e la scrittura, studiano all’università locale. È per loro un modo di riscoprire, consolidare, un’eredità culturale che il confine turco, divisione amministrativa ed esistenziale, ha voluto seppellire. A Damasco hanno trovato Rasha, con cui è iniziata una convivenza, dividono l’affitto e si insegnano le rispettive lingue. Fra loro tre parlano arabo, con me i ragazzi parlano turco, e io e Rasha inglese. Siamo immersi in un incrocio, nel piccolo centro caldo creato da questa ragazza nella sua casa, a pochi passi da Baghdad street, vicino alle porte della città vecchia. L’ho conosciuta attraverso couchsurfing, un sito internet che mette in contatto chi cerca e chi offre ospitalità. Un modo di viaggiare tagliando le spese, e che fa entrare direttamente nel vissuto dei luoghi che si attraversano, senza mediazioni. In Siria è illegale, Rasha ci va utilizzando proxy server che aggirano i limiti imposti dal governo. Anche facebook e youtube sono vietati. Ma, insensibile ai divieti, Rasha ha trasformato la sua casa in un luogo di passaggio aperto, che vede viaggiatori di ogni nazionalità fermarsi, ripartire, e condividere con lei discussioni, informazioni e momenti di vita. Ci vuole un certo coraggio, dal momento che è una donna sola, in un quartiere conservatore, in uno stato fascista. La gente mormora ma lei non se ne cura. Il suo tempo, quando non lavora o studia, lo dedica a mettere in comune tutto ciò che sa sul suo paese con i viaggiatori. È una fonte inesauribile, consapevole dello stato delle cose, arguta e ironica, ribelle, saggia, e con un fondo di malinconia dove giace però un’imbattibile ottimismo. Ha occhi profondi e scavati dalle notti insonni a parlare e leggere, un corpo agile, la voce suadente e per me misteriosa e bellissima di un’araba. La madre è cristiana, il padre un ateo comunista, come anche lei si definisce d’altronde, che ha dato alla figlia il nome di Rasha in onore della Russia sovietica. Viene da un villaggio cristiano molto piccolo, al confine con l’Iraq, da cui si è spostata qui per fare l’università, Letteratura Inglese. Il padre ha avuto su di lei una grande influenza; quand’era piccola c’era in casa un busto di Lenin che lei osservava curiosa, il padre allora le disse che era una statua di suo nonno, morto ormai da tempo, e che poteva parlare con lui ogniqualvolta lo desiderasse. Lei instaurò con quella figura un rapporto intimo di confidenze che l’accompagnò per tutta l’infanzia. Anni dopo, scoprì dai libri scolastici che forse quell’uomo, Lenin, non era suo nonno, e anche se all’inizio ne fu intristita oggi ne ride e talvolta ancora si riferisce a lui come al caro “nonno Lenin”. Vie di fuga concesse all’immaginazione, qui in Siria dove all’immaginazione è stata legata una palla al piede.

Altro çay, ennesima sigaretta. Passiamo il pomeriggio così, Rasha non è mai stanca delle mie domande, e io sono troppo preso dai suoi racconti. “Bashar è un dittatore e la politica in Siria è una farsa” mi dice quasi inespressiva. Bashar al-Asad è il presidente siriano, figlio del defunto Hafiz al-Asad, dal 1994 e presumibilmente fino alla morte. “Quando Hafiz morì, fece in modo che la carica di presidente andasse al primo figlio, Basil, che morì lo stesso anno in un incidente d’auto … yani, il partito al potere è lo stesso da quarant’anni, il Baath, sono alawiti, e Hafiz semplicemente ha trasformato la presidenza in una carica ereditaria. Bashar a quel tempo studiava oculistica a Londra e non sapeva niente di politica. Si è ritrovato presidente da un giorno all’altro.”. “Ci sono le elezioni” ride “ma come ti ho detto non hanno valore. Votano minorenni, gente senza carta d’identità e non c’è alcun controllo. Nel mio villaggio ci sono stati più votanti del totale della popolazione alle ultime elezioni … quindi. Sui giornali scrivono che siamo una democrazia, per dimostrarlo ci paragonano agli Stati Uniti dove hanno due partiti, qui invece ne abbiamo sette, e per questo dovremmo essere più democratici! Ci sono anche due partiti comunisti …” gli occhi fissano il cucchiaino. Il culto del presidente Bashar è pervasivo, basta fare una passeggiata per accorgersene. La sua foto campeggia in ogni luogo, in tutte le dimensioni, negli uffici e nei negozi. Col braccio teso, mentre beve il tè, con gli occhiali da sole e la divisa militare. Ha del ridicolo, il suo volto è banale, grigio, l’espressione ebete sembra confermare che anche lui deve sentirsi fuori posto. Eppure è venerato, almeno in pubblico, e criticandolo apertamente si corrono dei rischi. Una volta ho chiesto a un ragazzo nel suq cosa pensasse di Bashar e lui ha sorriso entusiasta facendomi segno con il pollice in su. Allora ho insistito chiedendogli quale fosse la differenza tra l’attuale presidente e il padre. Mostrandomi il pugno chiuso dice “questo era Hafiz”, poi apre la mano come per dare, “questo è Bashar”, continuando a sorridere. Lo racconto a Rasha: “Certo, la gente pensa che poiché ha regalato case ai poveri Bashar sia più buono … pfu … è solo populismo, mantiene il popolo nella degenza e nell’ignoranza, fa leva su di loro per consolidare il suo potere, lo vedono come un leader quasi religioso, al di sopra dell’errore, anche perché presumere che sbagli è considerato tradimento. Sono questi i due pilastri del suo potere: una massa rinchiusa nella gabbia mentale della religione, e la paura che alimenta il governo nei confronti degli stranieri, degli occidentali e di Israele, creando uno stato di guerra permanente … che poi è ufficiale, noi siamo in guerra dal 1948, con Israele, c’è la legge marziale e i poteri straordinari per il presidente.” La società civile, questo miraggio nel deserto siriano, dov’è? “Fatica a sopravvivere, le gente fa tre lavori perché i prezzi sono alti e le paghe misere, non ha tempo per la politica. Manifestare? Serve l’autorizzazione governativa. Di solito permettono manifestazioni critiche con la politica solo per far convergere tutti in una piazza e arrestarli. Però il governo qualche volta organizza le manifestazioni … eh si, chiama la gente in strada per supportare i palestinesi, gli iracheni, i somali, ma yani per noi siriani non manifestiamo mai?! È di questo che abbiamo davvero bisogno”.


“Il problema è culturale. Accettiamo di essere sottoposti a leggi contro la dignità umana e la libertà d’espressione. Per esempio, un marito può ripudiare la propria moglie senza doverle garantire nulla, la lascia così, come gli pare, e magari ne ha due o tre di mogli. Chi è sorpreso a masturbarsi va in galera, ed è diffusa la delazione, anche senza prove. Persino il delitto d’onore è tollerato, non lo incitano certo, ma un padre che ammazza la figlia che ha perso la verginità prima del matrimonio in galera non ci va …. Voglio dire che sono le stesse donne a permettere ciò, c’è una schizofrenia sotterranea, una stasi imposta e assorbita, le strade per valorizzare le menti creative e i discorsi auto critici sono tutte ostruite. E quel che è peggio, anche da noi stessi.” Rasha parla liberamente della sessualità, sappiamo entrambi che ogni potere nella storia ha sempre esercitato in questo ambito il suo controllo più sottile e invadente: se si arrivano a disciplinare i corpi nella loro intimità, nelle loro reazioni emotive, si raggiunge lo scopo di soffocare l’immaginazione di alternative ai dati di fatto del potere. In Siria, la sessualità e la condotta individuale sono soggette al controllo della morale religiosa patriarcale, un insieme di permessi e divieti che si strutturano in regole coercitive il cui fondamento si suppone sacro. Diventa come un cerchio chiuso: l’interpretazione religiosa e l’uso strumentale che ne fa il potere. La verità è tutta qui, passato, presente e futuro, tutto risolto nel Testo, nell’interpretazione che si dà del Testo. Non è necessario andare oltre, non ha alcun senso sperimentare altri approcci e altre strade, poiché la perfezione è stata raggiunta nelle origini e non si deve far altro che imitarla. L’identità diventa succube della memoria, un suo riflesso, e gli strumenti che offre per la comprensione del reale sono miseri e granitici. Naturalmente, le condizioni di questa chiusura e stasi culturale sono mantenute, perseguite dalle istituzioni, culturali e politiche; esse utilizzano il Testo come legittimazione del potere, e le sue verità come verità del potere. Religione, politica, tradizione, si confondono e riducono fino a diventare limiti al cambiamento e ad una visione aperta a sollecitazioni eclettiche. È questo che Rasha vede come il problema attuale degli arabi, cristiani e musulmani. La difficoltà di creare cultura mescolando apporti diversi, esprimendosi in linguaggi nuovi, producendo sapere. Il potere teme il sapere, non è interessato all’individuo creativo, esso aspira alla massa, al numero in cui l’individuo sparisce, così da eliminare i rischi di contraddizione ai principi su cui poggia. L’ignoranza e il timore del cambiamento sono le vere benedizioni del potere. “ Mio fratello, che è cresciuto con me, è molto tradizionalista. Qualche tempo fa mi ha proposto un uomo da sposare, perché dice che è arrivato il momento, che ora ho dei pretendenti e non posso più rimandare … io gli ho detto di farsi gli affari suoi, che il corpo è mio e sono io a decidere … non voglio sposarmi, soprattutto non con qualcuno che nemmeno conosco. Ma la questione è che certi argomenti non si mettono in discussione apertamente. Non ho nessuna amica con cui parlare liberamente del sesso, per loro è un affare di famiglia non un’esperienza individuale. È frustrante. Certe volte penso che hanno paura di ribellarsi, altre volte che si adattano, che iniziano a immaginare la loro vita all’interno di questa visione, e ne diventano partecipi, pronte a riprodurla ancora … Ma la contraddizione è evidente, vanno a comprarsi intimo costosissimo che non mostreranno mai fino al matrimonio, passano le giornate dal parrucchiere e poi si coprono con il velo oppure depilano tutto il corpo e inorridiscono perché io non lo faccio. Non sanno perché fanno quello che fanno, seguono la convenzione, non si rendono conto che la loro vita è sottomessa alla gratificazione del maschio!”. Rasha apprezza il dubbio, nutre un’accesa curiosità per ciò che non conosce, che sia la sessualità o la cultura occidentale. “I libri migliori che ho letto me li sono trovati da sola … all’università i metodi d’insegnamento si basano sulla memorizzazione, non c’è critica né opinioni, bisogna bersi tutto. La cosa assurda è che gli studenti più appassionati se ne vanno, borse di studio permettendo, perché qui le loro potenzialità sono umiliate”. Sembra quasi che il regime spinga i migliori ad andarsene. In fondo, le menti geniali sono il primo nemico dell’ordine costituito, soprattutto quando quest’ordine è un sistema chiuso che ha in sé tutta la verità. “L’occidente poi … quanti ne ho visti di viaggiatori che venivano in Siria a cercare l’oriente, le tradizioni … la colpa è anche loro! E dei loro governi. Non sono interessati allo stato di minorità del popolo siriano, i diritti umani sono un affare politico che mettono in campo quando hanno delle convenienze, guarda cosa succede in Palestina. E l’inferno che hanno fatto in Iraq? ... Per l’occidente siamo un mercato, ci offre le sue invenzioni e ce le fa sembrare indispensabili, ma non ci invita a possedere il cervello che le ha inventate e non ci aiuta a svilupparne uno. Siamo strumenti, o nemici su cui lanciare bombe. Hanno bisogno di noi per sfruttarci o distruggerci.” L’ipocrisia dell’Europa, a vederla da qui, è evidente. Nella classe intellettuale si tende ad attribuire ai siriani, come agli arabi in generale, un’ ideologia dell’arretratezza ammantata di fascino. La tipologia di certi discorsi, sull’eredità culturale, le origini, la tradizione, mirano a lasciare l’arabo confinato nel passato: puro e immune dalla decadenza o chiuso nel suo mondo arretrato, a seconda dell’uso contingente dettato da necessità politiche ed economiche. Quando si sente parlare di dialogo con gli arabi, con chi i governi europei vogliono dialogare? Hanno una vaga idea della complessità e varietà del mondo arabo? E, anche più importante, sono pronti ad andare fino all’estreme conseguenze dei valori che propugnano, accettando di basare il dialogo sul riconoscimento del diritto alla vita di tutti i popoli? Dei palestinesi come degli israeliani? Sembra che l’Europa sia incapace di fare scelte politiche e sviluppare un pensiero in maniera autonoma dall’amministrazione statunitense. Rasha non ha di questi pregiudizi, ha assorbito molto dalla cultura europea, libri, cinema, musica, idee. Data la sua conoscenza di inglese e arabo può attingere alla produzione culturale di questi due mondi con disinvoltura. Paradossalmente ha una visione più ampia di uno studente europeo che studia filosofia limitandosi alla produzione occidentale, anche se lei vive nella soffocante afasia culturale siriana.

Alla radio stanno passando Fairouz, cantante libanese, un mito in tutto il mondo arabo. È sulle scene da quarant’anni e gli appassionati la chiamano la nostra ambasciatrice presso le stelle, per il suo timbro caldo e sofferente che ti porta lontano. Con lei è cresciuta più di una generazione ed i siriani la prediligono particolarmente. Rasha canticchia con gli occhi socchiusi, mentre scalda una fetta di pane sottile sulla stufetta. Tuncay porta sulla tavola hommos e muttebel, due specialità siriane di cui sono ghiotto. Ceci e melanzane con yogurt e cumino, schiacciate a crema. Ad accompagnarle, l’immancabile tè. Mangiamo in silenzio, Fairouz riempie la stanza, ci scambiamo sguardi che non hanno lingua, vicini e al di là delle difficoltà che conosciamo bene. Fuori da questa porta molti dei nostri discorsi sono impensabili, eppure li portiamo sulle strade semplicemente continuando a vivere, dopo e durante. Rasha desidera viaggiare e conoscere il mondo, ma il suo cuore è legato alla Siria, lei è l’olio che tiene accesa la fiamma. Il problema sono i visti, i confini e il denaro. Il suo primo viaggio lo farà a Gaziantep, in Turchia, quando la ospiterò a casa mia. C’è una poesia che mi ricorda i suoi sogni, l’ingiustizia, la speranza. La scrisse Mohamad al-Maghout, un poeta siriano che conobbe la prigione e l’esilio, senza mai abbandonare le sue due passioni, ridere e fumare. Nella poesia c’è qualcosa di universale, tutti gli uomini la possono comprendere. “Oh! Il sogno, il sogno!/ il mio robusto carro dorato è in panne/ le sue ruote sono sparse dovunque come zingari./ Una notte sognai la primavera/ e al risveglio fiori erano sparsi sul mio cuscino./ Ho sognato una volta del mare/ e al mattino il mio letto traboccava di conchiglie e pinne di pesce./ Ma quando ho sognato la libertà/ lance acuminate circondavano il mio collo per darmi il buongiorno/ Da ora in avanti tu non mi troverai nei porti o fra i treni/ ma lì … nelle biblioteche pubbliche/ addormentato sulle mappe del mondo/ (come l’orfano dorme sui marciapiedi)/ dove le mie labbra toccano più di un fiume/ e le mie lacrime scorrono/ da continente a continente.”

martedì 8 dicembre 2009

Dinamiche del presente in Turchia. Dispaccio I. Il tutto sta nel molteplice.


Dopo quasi un secolo d’esistenza, la storia della Repubblica Turca non è stata ancora scritta. Allo stato attuale, vi sono versioni ufficiali degli avvenimenti occorsi dalla fondazione dello Stato nel 1923, ma oltre queste narrazioni un affollato coro di voci rifiutate preme per raccontare la propria versione dei fatti, o per ricordare eventi del tutto rimossi. Le ragioni di questo “oblio imposto” vanno ricercate nella retorica governativa che, a partire da Mustafa Kemal Ataturk (il “padre” della patria), ha costruito e imposto un’immagine della Turchia fondata sull’unità di lingua, di valori e di sforzi del popolo verso obiettivi comuni, nel tentativo di annullare le differenze in nome di una comune appartenenza alla Nazione Turca. Un concetto basato sulla nozione di “cittadinanza”, che nella sua applicazione pratica ha assunto connotazioni etniche pericolosamente totalizzanti. Sto parlando dell’Ataturkismo, o Kemalismo, l’”essere turco” come l’unica identificazione concessa e accettata e l’unico punto di vista storico diffuso a tutti i livelli del sociale, l’ideologia di Stato nella cui difesa ha avuto un ruolo importante l’esercito turco. Auto promulgatosi difensore dei valori della patria, del secolarismo e dell’eredità di Ataturk, l’esercito è da sempre una presenza rilevante della storia repubblicana, agendo da dietro le quinte o apertamente, interrompendo la dinamica parlamentare con ben tre colpi di Stato (1960, 1971, 1980) e intervenendo pubblicamente su ogni questione all’ordine del giorno. Naturalmente i generali, insieme ai due partiti nazionalisti attualmente all’opposizione (CHP e MHP), sostengono il mantenimento delle leggi che sono l’espressione più genuina dell’ideologia Kemalista: l’articolo 301 del codice penale che punisce “l’oltraggio alla Turchia e all’identità turca”, un meccanismo del diritto adottato per colpire qualsiasi opinione divergente o versione alternativa dei fatti, e la legge costituzionale che punisce chi “fomenta il separatismo” (perfezionata dalla “legge antiterrorismo” del 1991), un’arma legale utilizzata verso quei partiti o quegli individui che osano affermare l’esistenza di più etnie e più identità nel territorio turco. Nonostante molto sia cambiato da quando esisteva un unico partito legale in Turchia, il Partito Repubblicano, e da quando le leggi che limitavano i diritti delle minoranze erano ferree e indiscutibili, non esiste ancora uno spazio pubblico di discussione che permetta un confronto libero sulla storia e sul presente senza conseguenze per gli interlocutori. Di più, è solo da pochissimo che il governo Turco ha riconosciuto l’esistenza di una “questione kurda” nel paese, rischiando una possibile messa al bando per aver posto il problema. Il fatto è che anni di propaganda hanno plasmato la mentalità della popolazione, rendendo socialmente accettabili soprusi e limitazioni della libertà d’espressione. L’ombra costante dell’esercito e un conflitto sanguinoso che dura da venticinque anni tra lo Stato e i combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), le intimidazioni, i rapimenti e le distruzioni che hanno subito le minoranze del paese, la presenza di reti di potere sotterranee connesse ad apparati statali, sono alcuni dei nodi che la Turchia deve trovare il coraggio e l’umiltà di affrontare. Solo aprendosi al dialogo, solo con la partecipazione di più voci nel dibattito pubblico e solo facendo i conti con il proprio passato sarà possibile costruire una democrazia operativa e guardare con più fiducia al futuro.


Vivendo in Turchia si impara presto che la differenza tra gli individui è la caratteristica più saliente del popolo turco, se esiste un popolo turco. Può capitare di ascoltare versioni talmente diverse della stessa storia, o giudizi opposti sullo stato delle cose, che il più delle volte, per quieto vivere, si evitano certi argomenti. Ad esempio, il conflitto nel profondo est fra esercito e guerriglieri del PKK (in corso ufficialmente dal 1984). È come raggiungere un punto critico delle contraddizioni quando si parla dei fatti e delle ragioni della guerra. Non esiste nemmeno un modo univoco di nominarla: guerra fratricida? Lotta di liberazione? Guerra al terrorismo separatista? Ci sono famiglie che sono la personificazione di questo corto circuito: non sai davvero cosa pensare quando uno dei tuoi figli è un soldato dell’esercito regolare e l’altro si unisce alla guerriglia sulle montagne. Se moriranno, chi dei due sarà il martire? L’unica cosa che a questo punto resta chiara e senza differenze di parte, è il pianto delle madri. Oppure il valore della Repubblica, la sua sacralità va difesa o combattuta? Vivere in un agiato quartiere di Istanbul, preoccupandosi solo delle numerose possibilità offerte da un economia in crescita, rende il passato un peso ingombrante e il supporto allo Stato una naturale inclinazione. Se però nasci e cresci in un villaggio al confine con l’Iraq, la depressione del sottosviluppo ti circonda, la lingua dei tuoi genitori è diversa da quella che ti insegnano a scuola e non sai chi sei chiaramente, e dove ti condurrà la tua condizione. Ci sono storie tristi dovunque, se si sa ascoltare. E musiche, e suoni e costumi, che non sono semplicemente varietà folclorica, come vorrebbero i quieti borghesi urbanizzati, ma manifestazioni di irriducibile resistenza. È un dilemma aperto, che non ha soluzione, il nemico è lo specchio in cui ogni fazione rivede i suoi incubi. La paura inconscia di rivivere lo sfaldarsi dell’Impero Ottomano sotto la pressione dei diversi gruppi etnici, agita i sogni dei nazionalisti. E la minaccia del ripetersi di retate notturne di uomini incappucciati tiene svegli i vecchi di Tunceli, di Nusaybin, di Diyarbakir. Tante storie si sovrappongono, avvenute nel travaglio costante della storia turca. Per avvicinarsi a capire bisogna ascoltare ognuna di queste voci poiché, come diceva Erodoto, il tutto sta nel molteplice.

Osservate dal sud-est, dagli altipiani e dalle montagne dell’Anatolia, le numerose anime del paese si mostrano senza mediazioni. Basta viaggiare da Gaziantep verso ŞanliUrfa e Mardin, puntando verso Batman. Tra lunghe distese di piane desertiche sono disseminati numerosi villaggi, alcuni miseri e semidistrutti, altri verdeggianti e con una vita placida scandita dai ritmi lenti della terra. È interessante sapere che ogni paesino, villaggio, agglomerato di case che incontri sul cammino risulta avere due nomi. Il nome ufficiale, quello scritto sulle cartine e nei registri, è il più recente, ed è turco, inventato a tavolino da solerti geografi nazionalisti. L’altro nome ha un suono chiaramente diverso, è kurdo, è scritto nell’aria e sui sassi, nella memoria, e lo conosci solo domandando ai locali e solo se di te si fidano. Lo scrittore kurdo Musa Anter, nei suoi libri autobiografici, si è impegnato a preservare la memoria della vita dei kurdi schiacciati da una negazione permanente, e ricorda nei suoi scritti anche i vecchi nomi trasmessi da generazioni, prima dell’avvento della Repubblica Turca: “Diamo uno sguardo alla mia situazione: il Kurdistan è la regione più arretrata della Turchia, la città di Mardin è la città più arretrata del Kurdistan, Nusaybin è il paese più problematico della provincia di Mardin. Stelile (rinominato Akarsu dai turchi) è il più povero paesino di Nusaybin. Zivinge (rinominato Eski Mağara dai turchi) è il più sottosviluppato villaggio di Stelile e secondo l’archivio anagrafico io sono nato in via Caye, numero 2.(...) Per 7000 anni le nostre caverne erano conosciute col nome di Zivinge ma ora senza consultare gli abitanti un governo brutale, come se stesse dando un nome a un cane o un gatto, ha rinominato il nostro villaggio Eski Mağara (vecchia caverna)... così dopo 65 anni io sono diventato un abitante delle Vecchie caverne! È interessante ricordare che quando la Bulgaria indipendente iniziò a cambiare i nomi turchi in bulgaro ci fu una rivolta come se fossero stati colpiti i diritti umani. Mi domando se i bulgari hanno imparato questo giochetto dai turchi?”

Questa schizofrenia identificativa iniziò ben prima della nascita della Repubblica. Mentre l’Impero Ottomano era attraversato da rivolte, nel 1910, il disperato tentativo del governo centrale per mantenere la coesione fu di rinominare i villaggi che inesorabilmente si allontanavano dalla sua orbita di controllo; non solo i nomi kurdi, ma anche i nomi greci, armeni e bulgari furono cambiati. Non servì a molto, l’Impero era in una crisi terminale, ma la pratica fu adottata anche da quei generali, primo fra tutti Ataturk, che si diedero il compito di fondare un moderno Stato. Eppure la memoria non è andata perduta. Allora come oggi, la presenza dei kurdi in Turchia è numerosa, si parla di 15 milioni. Di questi, diverse migliaia sono stati costretti ad abbandonare i propri villaggi nel corso delle operazioni dell’esercito nell’est, emigrando verso le periferie delle grandi città. Tuttora attendono di poter ritornare alle proprie case. Circa 7000 kurdi affollano le carceri statali, con accuse che vanno dal terrorismo alla propaganda separatista, per la maggior parte soltanto colpevoli di aver partecipato a manifestazioni o di aver diffuso volantini. Anche loro attendono un’amnistia più volte annunciata ma non attuata. Fino al 1991, la lingua kurda era illegale, chi ascoltava musica o leggeva libri in kurdo subiva l’arresto. Non era possibile produrre alcun tipo di cultura, ed era persino vietato dare ai propri figli nomi kurdi. In Turchia i kurdi sono stati perseguitati per il loro sentirsi diversi, lo dicono i fatti, l’unica possibilità concessa dal governo era l’assimilazione forzata. Ma una cultura non si può cancellare, essa abita nelle persone ed è talmente profonda che resistere coincide con vivere. Mi raccontava un’anziana signora che si riunivano in segreto le famiglie kurde, di notte, e alla luce di lampade a petrolio parlavano nella loro lingua fino al mattino, insegnando ai bambini le storie tramandate di eroi e poeti. La trasmissione del sapere per via orale è stata per millenni l’unica forma di memoria del popolo kurdo. Musa Anter è uno degli intellettuali che provava a trasportare questa memoria in forma scritta, e a raccontare tradizioni e usanze mai abbandonate. La sua lingua di scrittore era il turco, per destino più che per scelta, ironia della storia. Era anche impegnato politicamente: nel 1990 aveva partecipato con altri esponenti della cultura alla creazione di un partito che fosse espressione della minoranza kurda, il Partito Popolare del Lavoro (HEP; "Hilkin Emek Partisi"). Dichiarato illegale, i suoi rappresentanti furono arrestati, con l’accusa di “fomentare il separatismo”. Non servì ad abbattere la fiducia in Anter. Tra molte difficoltà fondò e diresse l’Istituto Kurdo di Istanbul, e animò come redattore due importanti giornali: il settimanale Yeni Ülke e il quotidiano Özgür Gündem. Fino all’ultimo fu costantemente impegnato nel racconto del suo tempo, dal punto di vista dei kurdi. Finché non lo ammazzarono. Nella città di Diyarbakir, durante una manifestazione culturale, fu prelevato dal suo albergo da qualcuno che conosceva, e fu condotto insieme al nipote Orhan Miroğlu in un luogo isolato. Lì, gli spararono almeno otto colpi. Era il 20 dicembre 1992. Per 15 anni le indagini sono rimaste a un punto fermo. I dossier relativi all’omicidio sono stati classificati come “segreto di Stato”, anche se il procuratore ha ammesso che ad agire sono stati agenti statali. Nel 2007, dalla Svezia, l’ex-guerrigliero del PKK ed ex-membro del JITEM (un apparato segreto della gendarmeria utilizzato nella “lotta al terrorismo”), Abdulkadir Ayğan ha iniziato a parlare, rivelando che l’omicidio fu compiuto nell’ambito del JITEM, ordinato da ufficiali governativi. Perché? Uno scrittore è armato solo di parole, e nei suoi scritti Anter parlava del passato. Aveva speso anche parole dure nei confronti del PKK, accusandone alcuni membri di vessare i civili kurdi con tassazioni e di partecipare congiuntamente ad elementi statali al traffico di droga. Per trovare il movente, bisogna guardare altrove, all’attività segreta di organizzazioni interne allo Stato che agivano (agiscono?) in nome di interessi propri, nell’intento di fomentare il caos e l’instabilità. Molti eventi sanguinosi senza apparente spiegazione della recente storia turca, osservati da questa prospettiva, troverebbero forse una soluzione.


Musa Anter


Le mani alzate al cielo e un’invocazione, sono la risposta della madre di Baran alle mie domande sul suo passato. Villaggio nei pressi di Halfeti, provincia di ŞanliUrfa, giorni del Kurban Bayram, o Eid, la festa del sacrificio più importante del calendario musulmano. La lingua che qui si parla per le strade è il kurdo, i bambini crescono bilingue. La mattina a scuola insieme al maestro, prima delle lezioni, pronunciano la professione di fede alla patria turca: "Ne Mutlu Türküm Diyene", “Felice Colui Che Può Dirsi Turco”, sentenza di Ataturk inscritta in ogni angolo del paese, mentre alla sera intonano con la famiglia i canti del loro popolo, se non hanno il televisore per guardare canali satellitari kurdi. Quaggiù le questioni politiche sono lontane, e allo stesso tempo sono accanto al pane che si mangia ogni giorno. Molte famiglie vivono una quotidianità difficile, fatta di stenti e sacrifici che non lasciano spazio alla speculazione. Il desiderio dei giovani è principalmente trovare un lavoro, lasciare il villaggio, vedere il mondo. Non tutti. Alcuni alimentano dentro sè stessi l’odio costante per i tank turchi che passano nelle stradine sterrate, troppo grandi e minacciosi per questa contrada di pastori e contadini. Sulla pelle dei giovani kurdi si gioca una sporca partita di propaganda incrociata: da un lato l’assimilazione ad ogni costo, dall’altra la guerriglia fino alla morte. Lo spirito genuino di rivalsa che può provare un kurdo consapevole della sua storia, viene incanalato dai seguaci del PKK anche verso azioni non propriamente di resistenza. Distinguere è difficile, se non impossibile. Segmenti deviati del Partito dei Lavoratori del Kurdistan collaborano con uomini dello Stato nel traffico di droga, da queste parti non è un mistero. Alcuni dicono per finanziare la guerra di resistenza ma altri sono sicuri che esistono accordi segreti tra le parti affinchè la guerra non finisca mai. Lo scontro violento spesso si risolve in assassinii tra l’esercito e i combattenti, in mine piazzate sulle strade che coinvolgono civili inermi, e in bombardamenti dell’esercito su villaggi di pastori. Dove porta la scia di sangue? Trovare una mediazione tra i due estremi, è ciò che ha deciso Baran. Studia alacremente storia all’università di Gaziantep, e ciò che non gli fanno studiare lo approfondisce per conto proprio. Come la rivolta e il massacro di Dersim, negli anni 1937-38, dove furono uccisi secondo stime al ribasso almeno quarantamila tra kurdi alevi (una setta dell’Islam) e cristiani. Oggi Dersim si chiama Tunceli, ma i vecchi ricordano ancora. Eppure, alla facoltà di storia i professori non ne hanno mai sentito parlare... Baran vive la sua identità con coraggio, cercando strade per una rivalsa che non passi attraverso un fucile. Intanto, in casa sua, la madre non riesce a fare a meno di tenere sempre acceso il televisore sul canale che trasmette dal Kurdistan iracheno, forse un modo per ricordare che esistono luoghi in cui i kurdi sono liberi di essere sè stessi.



Ci sono segnali inequivocabili di un cambiamento in atto nelle politiche e nella percezione della “questione kurda”. Da quando nel 2005 il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan tenne il suo famoso discorso a Diyarbakir in cui riconobbe l’esistenza della questione, è stato come aprire una pentola a pressione da cui molte speranze sono emerse. Fino ad allora dei kurdi in Turchia si parlava o come di “felicemente integrati” o come di “sostenitori dei terroristi”, negando a priori l’esistenza di qualsiasi problema condiviso. Sembrava impossibile anche solo immaginare ciò che sta accadendo oggi. Vedere, ad esempio, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoğlu sorridente e circondato da bandiere del Kurdistan iracheno mentre stringe la mano al Presidente del Governo Regionale Kurdo, Massoud Barzani, lanciando un messaggio d’amiciza (tradotto in kurdo) e descrivendo Erbil, la capitale dei kurdi iracheni, come casa propria. Un vero momento storico e un altro passo della politica di Davutoğlu “zero problemi con i vicini”, che sta conducendo a cambiamenti nelle relazioni con il problematico governo siriano e ha portato alle prime timide aperture verso l’Armenia. Un altro evento che rompe col passato è stato la creazione in Tuchia, all’inizio del 2009, del primo canale televisivo in lingua kurda, partito con delle limitazioni sugli orari di trasmissione, ma che lentamente sta guadagnando autonomia. Ancora, l’apertura del primo dipartimento di lingua e letteratura kurda all’Università di Mardin, diventato operativo dopo tanti rinvii e intimidazioni. In questa partita un ruolo importante hanno avuto le pressioni dell’Unione Europea, per la quale l’allargamento dei diritti culturali e linguistici è un prerequisito irrinunciabile all’entrata della Turchia nel club europeo. E il Partito della Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdoğan sta moltiplicando gli sforzi in questa direzione. Alla fine dell’estate è stato annunciato un pacchetto di riforme per garantire i diritti delle minoranze, chiamato prima “l’inziativa kurda” poi “l’apertura democratica” e infine sigillato come “il progetto di unità nazionale”. Il 45% della popolazione, secondo un recente sondaggio, sostiene il processo in atto; troppi anni di guerra e troppi morti (stime parlano di 40.000 vittime) stanno convincendo l’opinione pubblica dell’impossibilità di risolvere lo scontro con il PKK solo con le armi. Persino il Generale in comando İlker Başbuğ ha fatto la storia, essendo il primo generale turco a riconoscere che l’esercito da solo non può risolvere il conflitto. Alcuni opinionisti, tra cui Cengiz Çandar (giornalista del quotidiano Radikal), connettono la serie di riforme in atto ad una strategia economica di stabilizzazione dell’Anatolia e di normalizzazione dei rapporti con i kurdi iracheni. Con l’imminente partenza dei soldati americani dall’Iraq (annunciata al più tardi per l’inizio del 2011) i Turchi non avranno più carta bianca per le loro incursioni oltre confine a “caccia di terroristi” e la presenza di giacimenti di idrocarburi nel territorio del Governo Regionale Kurdo impone il consolidamente di alleanze commericiali (tralatro in atto da qualche anno con investimenti turchi nel territorio) piuttosto che ulteriori conflitti. Ci sono grandi progetti in cantiere per la costruzione di gasdotti che attraverseranno l’Iran e la Turchia verso l’Europa (il progetto Nabucco) e lo Stato turco ha interesse alla pacificazione dell’est per evitare attacchi durante i lavori. Riserve di gas che fanno gola agli europei, per limitare la dipendenza dalla Russia nell’approvigionamento energetico, e che stanno conducendo ad una convergenza di interessi. Il problema principale, e lo scopo primario dell’”inziativa kurda”, è la fine della guerra con il PKK, e il ritorno dei circa 5000 guerriglieri dal Monte Quandil e dai territori montagnosi del nord-est dell’Iraq. Per rassicurare i combattenti sulle buone intenzioni del governo, lo stesso presidente Abdullah Gül ha annunciato che quelli che erano considerati fino a poco fa “terrosti”, in caso di ritorno, saranno reintegrati nella società. E per testare queste parole di apertura, agli inizi di ottobre, 34 combattenti si sono consegnati alle autorità turche, iniziando la discesa dalle montagne. Accolti come eroi da molti kurdi in Turchia, fatto che ha suscitato aspre critiche dei partiti all’opposizione, gli ex-guerriglieri hanno consegnato una dichiarazione del PKK che vuole essere una mano tesa alle riforme attuate dall’AKP. Se i diritti dei kurdi aumenteranno in Turchia e se gli ex-combattenti saranno graziati, il PKK si impegna a cessare le ostilità. Anche Abdullah Öcalan, leader del PKK, dal carcere di Imrali dove sconta una sentenza a vita, ha fatto pervenire ai suoi avvocati una road-map per la pacificazione, attualmente allo studio del governo.

Un attore importante, il cui destino è incerto, resta il Partito della Società Democratica (DTP), partito legale che rappresenta i kurdi in parlamento, e che nelle elezioni di marzo ha aumentato la sua base politica. Due anni fa, è inziato un procedimento intentato dall’Uffcio del Procuratore della Suprema Corte d’Appello nei confronti del DTP, accusato di fomentare il separatismo e di intrattenere rapporti con il PKK. Il partito rischia la chiusura e l’esclusione dalla politica di 219 membri per cinque anni. L’otto dicembre è iniziata l’udienza della Corte Costituzionale che dovrà decidere della fondatezza delle accuse. Il momento è delicato, e un’eventuale chiusura del DTP potrebbe essere un serio ostacolo al processo di “apertura democratica” sostenuto dall’AKP. Nei giorni scorsi, in molte città dell’est e a Istanbul ci sono state proteste di kurdi per le strade sfociate in scontri con le forze dell’ordine. I manifestanti, richiamati anche dai proclami del DTP, accusano il governo di aver peggiorato le condizioni di incarcerazione di Abdullah Öcalan, spostato in una nuova cella che gli avvocati hanno detto essere più piccola e peggio illuminata della precedente mentre il Ministro della Giustizia ha affermato essere in linea con gli standard europei. Ha tanto l’odore di un pretesto, raccolto dal malcontento dei kurdi e trasformato in casus belli dai parlamenteri del DTP. Ciò non pone a loro favore, mentre la Corte Costituzionale è impegnata a decidere se le azioni e le dichiarazioni del partito siano o no “in contrasto con l’integrità dello Stato”. L’unica cosa che a questo punto può salvare il DTP è un cambiamento della “Legge sui Partiti”, a lungo criticata per i suoi aspetti anti-democratici. Ma ciò risulta difficile, poichè è necessario il sostengno anche dei partiti nazionalisti, i quali non nascondono la loro decisa opposizione al processo di “apertura democratica”. Come si comporterà l’AKP nel caso in cui la Corte Costituzionale decidesse la messa al bando del DTP? L’inziativa del governo di allargamento dei diritti e della democrazia subirà ripercussioni negative? Sarà possibile aspettarsi una convergenza di sforzi nel progetto di unità nazionale mentre per le strade si combatte e il parlamento viene decimato da leggi anti-democratiche? In tutto questo, i partiti nazionalisti del CHP e del MHP continuano la loro propaganda che demonizza l’AKP accusandolo di cospirare per la separazione del paese e di scendere a patti con i terroristi. Ulteriore benzina sul fuoco in un groviglio di tensioni di cui non si vede la fine.


C’è una foto che parla del presente meglio di un discorso. È una foto di questi giorni, di una delle manifestazioni nell’est, che sono scoppi di rabbia e d’orgoglio che vengono da lontano, che parlano di tragedie passate e desideri per il futuro. Ci sono bambini che lanciano pietre, decine di bambini. Sono chiaramente troppo piccoli per avere opinioni politiche, ma non così inconsapevoli da non rendersi conto del pericolo che corrono. Essi chiedono di essere tenuti in considerazione. Lo fanno in maniera violenta perchè per troppo tempo la violenza è stata l’unica lingua comune di tutte le fazioni in lotta. Chiedono di essere riconosciuti, di avere una storia, di vedere le madri felici, i fratelli tornare. La strada intrapresa da alcuni partiti e gruppi sociali può portare per la prima volta a un cambiamento davvero radicale nei rapporti tra gli individui in Turchia, a un dialogo tra le differenze, a un confronto aperto su temi comuni per raggiungere decisioni condivise, liberi da schizofrenie autoritarie e sogni, incubi, di unicità e purezza identitaria. Prima o poi, la Costituzione di questo paese dovrà cambiare, i suoi presupposti etnici sono un limite alla convivenza della diversità e alla libera espressione dell’opinione. Oggi si vede un lumicino nell’oscurità imperante, alimentarlo e farlo crescere è l’unica cosa saggia da fare.




domenica 8 novembre 2009

Il suono della solitudine


Sulla soglia della notte annuvolata, nelle prime fredde carezze dell’autunno, ragiono sullo sgocciolio della vita di Gaziantep, oscura materia che si dimena lì fuori. Appostato nella radura dell’inosservato, la mia finestra sui tetti è un desiderio di volare inespresso. Volare anche via, che sia lontano non importa. Lo sento, sono braccato. Mi invade l’ hüzün, che già si gonfiava nei passi affrettati di ritorno dal bazar. Ora, qui in casa, appanna il vetro della mia solitudine, confonde i contorni delle cose, il loro muto stare. L’ hüzün. Agitarsi dell’anima alla ricerca di qualcosa di assente. E’ simile ad una mano malinconica che si allunga nel buio per abbracciare l’amore, e lo cerca nonostante tocchi solo buio. Ti capita forse quando sei seduto su una panchina umida, circondato da alberi che sembrano indifferenti più che accoglienti, e ti guardi le scarpe, le punte delle scarpe, domandandoti se ti potranno mai portare in un luogo che valga la pena, o solo all’ennesima panchina. I vecchi che rigirano con maestria tra le dita dei piccoli rosari conoscono bene l’ hüzün, esso è la vita quando si mescola ai pensieri sulla vita, come l’acqua che si aggiunge al raki, un liquore trasparente, e diventano insieme bianchi come latte torbido. E’ una condizione sospesa, che non afferisce all’individuo ma fluttua nell’aria. Aleggia in un luogo, su una porzione di umanità, e penetra nel singolo dalle fessure della sua distrazione.



Lo scrittore Orhan Pamuk ha ravvisato questo sentimento nelle strade e nella storia di Istanbul, la sua città, arrivando ad identificare con esso lo spirito dei suoi abitanti, ciò che a loro insaputa li muove, ne nutre i sogni e ne guida le azioni. Ma ad Istanbul la notte può farti dimenticare persino il tuo nome, conducendoti alla follia in uno strascico di emozioni. Non è più la città nebbiosa della sua infanzia, dove poteva capitarti di attraversare il ponte di Galata deserto. Ora è una megalopoli mai sazia di elettricità, che confonde il suo essere con tutto ciò che l’attraversa. L’ hüzün non l’ha abbandonata, semplicemente giace più nascosto: nelle case di legno ancora in piedi, con le pareti annerite e le finestre chiuse, o nei vicoli di Fatih al tramonto, mentre l’azan chiama alla preghiera e gli uomini si sfilano le scarpe lentamente prima di entrare in moschea. Ad Istanbul, in club senza insegna incastrati nelle soffitte dei palazzi art nouveau, ci sono uomini soli, persi in nuvole di fumo grigio, con bicchieri di cui non vedono mai il fondo. Essi esplorano l’avvicinarsi del giorno decifrando i frammenti di un impero ottomano sbriciolato, lontani dalle conquiste economiche della Turchia moderna, lontani dai dibattiti sull’entrata in Europa, lontani dalle riforme dell’apertura democratica. Cosa resta del passato? Su vecchie giacche sdrucite si deposita la polvere della storia senza senso, e non sappiamo chi siamo, né dove stiamo andando. Però, vogliamo essere. E qui si misura la dimensione attiva, di desiderio insaziabile, che connota l’ hüzün, una porta chiusa dietro le spalle, dentro un cappotto pesante, e via, verso la notte e la sua offerta migliore. Le nuvole si diraderanno, prima o poi. Nel frattempo, si chiede ad una donna di aprire i pugni stretti, e dimenticare i torti, la guerra ha lasciato cicatrici persino nelle parole e si preferisce il silenzio, abbandonandosi in un tenero abbraccio. Quella luce si spegnerà da sola, e porterà con sé le ombre.



Qui è lontana Istanbul. Qui gli spazi senza vita rubano la speranza, e ogni villaggio non conosce il suo vicino. Ci si potrebbe nascondere per sempre su queste montagne e colline, in grotte paleolitiche dimenticate nei fondovalle. La città è un’oasi di cemento, alti palazzi parlano da soli di modernità, mentre diventano infinite periferie a loro insaputa. Intorno strade, e asini. Sgangherati sidecar stracolmi di legna trottano alle case contadine, dove l’elettricità si fa attendere. E bus dal destino incerto raccolgono l’umanità accalcata sui marciapiedi. Ero anche io lì, tra loro, confuso cittadino di Gaziantep, con la mia faccia da straniero che ogni giorno impercettibilmente cambia. Stringendo le chiavi nelle tasche sono salito sul primo bus verso la mahalla fuori città, il quartiere dei “nuovi arrivati”, la folla dei profughi dall’est. Vivono per le strade, affiancati alle porte, le donne allattano sugli usci. Hanno tatuaggi misteriosi, segni sulla fronte e sulle mani, relitti grafici di un islam di terra, pagano, legato a pratiche magiche per assicurarsi salute e gioia. Mi guardano passare senza chiedersi chi sono, i bambini gli insegnano che non rappresento un pericolo. E tutto è lontano da qui, mentre una ragazza curda si diverte a insultarmi con occhi indiavolati e un sorriso grottesco. Mangio il mio tavuk doner senza fiatare ad un tavolino all’angolo. Ataturk ingiallito mi guarda severo, e due vecchi fissano il vuoto aspettando si freddi il çay servito da un ragazzino. C’è eleganza anche nella povertà, se hai premura di conservare dei bisogni più alti, più sacri, di purezza interiore. Non come quei filistei che vanno in giro a convertire, ad organizzare revival radicali e false immagini del “buon musulmano”, che vorrebbero vedere solo ragazze velate e uomini in lunghi pastrani, mentre io me la rido ad immaginare uomini velati e donne padrone.



La lentezza del panettiere sotto casa è la mia serenità per due lire turche. Mi fermo spesso a parlare, a migliorare il mio turco, e nel frattempo c’è sempre un borek caldo appena uscito dal forno, che Alì mi porge di stramacchio. Col formaggio e le olive per la colazione, con il Today’s Zaman sotto braccio e le sigarette messe da parte, rincaso. Ho in mente versi turchi di poeti che in questa città incontri solo nei caffè chiusi. Mi segnano il passo, salgono le scale con me, fino alla soffitta dove ritornano a danzare, per svelarsi, infine, sussurri brutali di chi ha visto il farsi e disfarsi del mondo.

Sesler

Gecenin bir zamanı evine gelince
Kilitte duyuyorsan anahtarın sesini
Anla ki yalnızsın

Elektrik düğmesini çevirince
Çıt diye bir ses duyuyorsan
Anla ki yalnızsın

Yatağına yatınca
Yüreğinin sesinden uyuyamıyorsan
Anla ki yalnızsın

Odanda kâğıtlarını kitaplarını
Duyuyorsan zamanın kemirdiğini
Anla ki yalnızsın

Bir ses geçmişlerden
Çağırıyorsa eski günlere
Anla ki yalnızsın

Değerini bilmeden yalnızlığının
Kurtulmak istiyorsan
Kurtulsan da yapayalnızsın



Suoni

Se senti il suono della chiave nella serratura
quando torni a casa di notte
tu sai che sei solo.

Se senti un leggero scricchiolio
quando premi l’interruttore della luce
tu sai che sei solo.

Se il battito del tuo cuore non ti lascia dormire
quando vai a letto
tu sai che sei solo.

Se senti il tempo rosicchiare
i libri e le carte nella tua camera
tu sai che sei solo.

Se una voce dal passato
ti riporta ai tuoi tempi andati
tu sai che sei solo.

Se vuoi fuggire dalla solitudine
senza apprezzarla
allora sei davvero solo, anche se puoi fuggire.

-Aziz Nesin-

lunedì 19 ottobre 2009

uzak Bilèk


Approximately half an hour far from Gaziantep, rises the village of Bilèk. It has more then three thousand inhabitants, scattered in anonymous brick houses, living with few things, just the necessary. There is a school for the many children living there; all them, the day we went to the village, followed our group showing us their favourite places for playing and the hidden corner where they think there is some beauty. The children were really curious about us, and especially about me, the stranger, and it was clear that their enthusiasm was doubled by this unusual visitor, from a far country. It seemed that in the poor life they live everything could turn into a game, their needs are simple and their desire for human contact huge. There were especially male children, and some female, but of course very shy. Since their childood, the girls learn to be aside, to not be open and to not speak too much with boys and men, especially if strangers. Therefore i can say in Bilèk the patriarchy custom is still strong, and deep interanlized laws rule the village life.

Me and my classmates were free to walk and discover the village, and all the population seemed to be very happy of our interest. We entered in two houses with courtyard where some women were engaged in their work: the preparation of local sweets. There were just women attending every phase of the work, a long and patient work, that give as result very good sweets: the “cevizli sucuk”, some kind of buds with walnuts, and the “pestil”, a sweet sheet useful to making cakes. To make these food they do not use white sugar, but only the sugar from a grape jam, left to heat in large pot. This means the extremly healthy quality of the food, done as centuries ago.
During their work they seemed happy, and also glad of our presence. We tried everykind of just made food and we went away really full. The kindness of this people always surprises me, no matter the language, the cultural difference and different behavior, they will always open their houses for the stranger, they will give what they have, and if they have nothing they will give smiles. It is the kind of solidarity common in cohesive communities, where culture is something that teach without any doubt how to be with guests. There is no fear for the one who brings only curiosity, like an old memory that knows what does it mean to be far from home and, maybe, painful.For this the tradition teaches to help and to host.

As I saw the village has some structural problems: the buildings and the roads require maintenance that lack, there is no safety place for children playing, and they risk everyday to broke their bones on the rocks laying everywhere. I’m not sure about the chance to get a doctor or to go hospital in short time if it is necessary. No police or someone that reminds a governement, somewhere. And also, no work, except the traditional one or few necessary shops.

When we went away the cildren followed the bus for many metres, laughing and screaming. I’m sure, they will wait for us, or for anyone will pass to Bilèk.