domenica 8 novembre 2009

Il suono della solitudine


Sulla soglia della notte annuvolata, nelle prime fredde carezze dell’autunno, ragiono sullo sgocciolio della vita di Gaziantep, oscura materia che si dimena lì fuori. Appostato nella radura dell’inosservato, la mia finestra sui tetti è un desiderio di volare inespresso. Volare anche via, che sia lontano non importa. Lo sento, sono braccato. Mi invade l’ hüzün, che già si gonfiava nei passi affrettati di ritorno dal bazar. Ora, qui in casa, appanna il vetro della mia solitudine, confonde i contorni delle cose, il loro muto stare. L’ hüzün. Agitarsi dell’anima alla ricerca di qualcosa di assente. E’ simile ad una mano malinconica che si allunga nel buio per abbracciare l’amore, e lo cerca nonostante tocchi solo buio. Ti capita forse quando sei seduto su una panchina umida, circondato da alberi che sembrano indifferenti più che accoglienti, e ti guardi le scarpe, le punte delle scarpe, domandandoti se ti potranno mai portare in un luogo che valga la pena, o solo all’ennesima panchina. I vecchi che rigirano con maestria tra le dita dei piccoli rosari conoscono bene l’ hüzün, esso è la vita quando si mescola ai pensieri sulla vita, come l’acqua che si aggiunge al raki, un liquore trasparente, e diventano insieme bianchi come latte torbido. E’ una condizione sospesa, che non afferisce all’individuo ma fluttua nell’aria. Aleggia in un luogo, su una porzione di umanità, e penetra nel singolo dalle fessure della sua distrazione.



Lo scrittore Orhan Pamuk ha ravvisato questo sentimento nelle strade e nella storia di Istanbul, la sua città, arrivando ad identificare con esso lo spirito dei suoi abitanti, ciò che a loro insaputa li muove, ne nutre i sogni e ne guida le azioni. Ma ad Istanbul la notte può farti dimenticare persino il tuo nome, conducendoti alla follia in uno strascico di emozioni. Non è più la città nebbiosa della sua infanzia, dove poteva capitarti di attraversare il ponte di Galata deserto. Ora è una megalopoli mai sazia di elettricità, che confonde il suo essere con tutto ciò che l’attraversa. L’ hüzün non l’ha abbandonata, semplicemente giace più nascosto: nelle case di legno ancora in piedi, con le pareti annerite e le finestre chiuse, o nei vicoli di Fatih al tramonto, mentre l’azan chiama alla preghiera e gli uomini si sfilano le scarpe lentamente prima di entrare in moschea. Ad Istanbul, in club senza insegna incastrati nelle soffitte dei palazzi art nouveau, ci sono uomini soli, persi in nuvole di fumo grigio, con bicchieri di cui non vedono mai il fondo. Essi esplorano l’avvicinarsi del giorno decifrando i frammenti di un impero ottomano sbriciolato, lontani dalle conquiste economiche della Turchia moderna, lontani dai dibattiti sull’entrata in Europa, lontani dalle riforme dell’apertura democratica. Cosa resta del passato? Su vecchie giacche sdrucite si deposita la polvere della storia senza senso, e non sappiamo chi siamo, né dove stiamo andando. Però, vogliamo essere. E qui si misura la dimensione attiva, di desiderio insaziabile, che connota l’ hüzün, una porta chiusa dietro le spalle, dentro un cappotto pesante, e via, verso la notte e la sua offerta migliore. Le nuvole si diraderanno, prima o poi. Nel frattempo, si chiede ad una donna di aprire i pugni stretti, e dimenticare i torti, la guerra ha lasciato cicatrici persino nelle parole e si preferisce il silenzio, abbandonandosi in un tenero abbraccio. Quella luce si spegnerà da sola, e porterà con sé le ombre.



Qui è lontana Istanbul. Qui gli spazi senza vita rubano la speranza, e ogni villaggio non conosce il suo vicino. Ci si potrebbe nascondere per sempre su queste montagne e colline, in grotte paleolitiche dimenticate nei fondovalle. La città è un’oasi di cemento, alti palazzi parlano da soli di modernità, mentre diventano infinite periferie a loro insaputa. Intorno strade, e asini. Sgangherati sidecar stracolmi di legna trottano alle case contadine, dove l’elettricità si fa attendere. E bus dal destino incerto raccolgono l’umanità accalcata sui marciapiedi. Ero anche io lì, tra loro, confuso cittadino di Gaziantep, con la mia faccia da straniero che ogni giorno impercettibilmente cambia. Stringendo le chiavi nelle tasche sono salito sul primo bus verso la mahalla fuori città, il quartiere dei “nuovi arrivati”, la folla dei profughi dall’est. Vivono per le strade, affiancati alle porte, le donne allattano sugli usci. Hanno tatuaggi misteriosi, segni sulla fronte e sulle mani, relitti grafici di un islam di terra, pagano, legato a pratiche magiche per assicurarsi salute e gioia. Mi guardano passare senza chiedersi chi sono, i bambini gli insegnano che non rappresento un pericolo. E tutto è lontano da qui, mentre una ragazza curda si diverte a insultarmi con occhi indiavolati e un sorriso grottesco. Mangio il mio tavuk doner senza fiatare ad un tavolino all’angolo. Ataturk ingiallito mi guarda severo, e due vecchi fissano il vuoto aspettando si freddi il çay servito da un ragazzino. C’è eleganza anche nella povertà, se hai premura di conservare dei bisogni più alti, più sacri, di purezza interiore. Non come quei filistei che vanno in giro a convertire, ad organizzare revival radicali e false immagini del “buon musulmano”, che vorrebbero vedere solo ragazze velate e uomini in lunghi pastrani, mentre io me la rido ad immaginare uomini velati e donne padrone.



La lentezza del panettiere sotto casa è la mia serenità per due lire turche. Mi fermo spesso a parlare, a migliorare il mio turco, e nel frattempo c’è sempre un borek caldo appena uscito dal forno, che Alì mi porge di stramacchio. Col formaggio e le olive per la colazione, con il Today’s Zaman sotto braccio e le sigarette messe da parte, rincaso. Ho in mente versi turchi di poeti che in questa città incontri solo nei caffè chiusi. Mi segnano il passo, salgono le scale con me, fino alla soffitta dove ritornano a danzare, per svelarsi, infine, sussurri brutali di chi ha visto il farsi e disfarsi del mondo.

Sesler

Gecenin bir zamanı evine gelince
Kilitte duyuyorsan anahtarın sesini
Anla ki yalnızsın

Elektrik düğmesini çevirince
Çıt diye bir ses duyuyorsan
Anla ki yalnızsın

Yatağına yatınca
Yüreğinin sesinden uyuyamıyorsan
Anla ki yalnızsın

Odanda kâğıtlarını kitaplarını
Duyuyorsan zamanın kemirdiğini
Anla ki yalnızsın

Bir ses geçmişlerden
Çağırıyorsa eski günlere
Anla ki yalnızsın

Değerini bilmeden yalnızlığının
Kurtulmak istiyorsan
Kurtulsan da yapayalnızsın



Suoni

Se senti il suono della chiave nella serratura
quando torni a casa di notte
tu sai che sei solo.

Se senti un leggero scricchiolio
quando premi l’interruttore della luce
tu sai che sei solo.

Se il battito del tuo cuore non ti lascia dormire
quando vai a letto
tu sai che sei solo.

Se senti il tempo rosicchiare
i libri e le carte nella tua camera
tu sai che sei solo.

Se una voce dal passato
ti riporta ai tuoi tempi andati
tu sai che sei solo.

Se vuoi fuggire dalla solitudine
senza apprezzarla
allora sei davvero solo, anche se puoi fuggire.

-Aziz Nesin-

2 commenti:

  1. Dietro ogni addio c'e un attesa non conosce nessuno... Nella parte inferiore di ogni lacrime e una preghiera che nessuno ha sentito... girare la testa verso il cielo... a guardare indietro! piu grave l'hüzün, piu potante! per descrivere il modo in questa terra dove scorre passi! vai al muro, ma anche, per vincere! andere e di andere li...

    ti voglio bene

    una goccia di lacrima

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  2. Difficile lasciare un commento degno di nota dopo tante belle parole.

    La solitudine é anche quel momento necessario per trovare risposte migliori, più giuste,più vere.

    Non confusi da ritmi di altri ritroviamo il nostro passo e con esso la superiore lucidità. Risposte migliori non solo per noi ma anche per gli altri.

    Anime salve.

    Lo straniero poi ha anche il dono della giusta distanza, della giusta intelligenza.

    Un abbraccio

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