martedì 8 dicembre 2009

Dinamiche del presente in Turchia. Dispaccio I. Il tutto sta nel molteplice.


Dopo quasi un secolo d’esistenza, la storia della Repubblica Turca non è stata ancora scritta. Allo stato attuale, vi sono versioni ufficiali degli avvenimenti occorsi dalla fondazione dello Stato nel 1923, ma oltre queste narrazioni un affollato coro di voci rifiutate preme per raccontare la propria versione dei fatti, o per ricordare eventi del tutto rimossi. Le ragioni di questo “oblio imposto” vanno ricercate nella retorica governativa che, a partire da Mustafa Kemal Ataturk (il “padre” della patria), ha costruito e imposto un’immagine della Turchia fondata sull’unità di lingua, di valori e di sforzi del popolo verso obiettivi comuni, nel tentativo di annullare le differenze in nome di una comune appartenenza alla Nazione Turca. Un concetto basato sulla nozione di “cittadinanza”, che nella sua applicazione pratica ha assunto connotazioni etniche pericolosamente totalizzanti. Sto parlando dell’Ataturkismo, o Kemalismo, l’”essere turco” come l’unica identificazione concessa e accettata e l’unico punto di vista storico diffuso a tutti i livelli del sociale, l’ideologia di Stato nella cui difesa ha avuto un ruolo importante l’esercito turco. Auto promulgatosi difensore dei valori della patria, del secolarismo e dell’eredità di Ataturk, l’esercito è da sempre una presenza rilevante della storia repubblicana, agendo da dietro le quinte o apertamente, interrompendo la dinamica parlamentare con ben tre colpi di Stato (1960, 1971, 1980) e intervenendo pubblicamente su ogni questione all’ordine del giorno. Naturalmente i generali, insieme ai due partiti nazionalisti attualmente all’opposizione (CHP e MHP), sostengono il mantenimento delle leggi che sono l’espressione più genuina dell’ideologia Kemalista: l’articolo 301 del codice penale che punisce “l’oltraggio alla Turchia e all’identità turca”, un meccanismo del diritto adottato per colpire qualsiasi opinione divergente o versione alternativa dei fatti, e la legge costituzionale che punisce chi “fomenta il separatismo” (perfezionata dalla “legge antiterrorismo” del 1991), un’arma legale utilizzata verso quei partiti o quegli individui che osano affermare l’esistenza di più etnie e più identità nel territorio turco. Nonostante molto sia cambiato da quando esisteva un unico partito legale in Turchia, il Partito Repubblicano, e da quando le leggi che limitavano i diritti delle minoranze erano ferree e indiscutibili, non esiste ancora uno spazio pubblico di discussione che permetta un confronto libero sulla storia e sul presente senza conseguenze per gli interlocutori. Di più, è solo da pochissimo che il governo Turco ha riconosciuto l’esistenza di una “questione kurda” nel paese, rischiando una possibile messa al bando per aver posto il problema. Il fatto è che anni di propaganda hanno plasmato la mentalità della popolazione, rendendo socialmente accettabili soprusi e limitazioni della libertà d’espressione. L’ombra costante dell’esercito e un conflitto sanguinoso che dura da venticinque anni tra lo Stato e i combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), le intimidazioni, i rapimenti e le distruzioni che hanno subito le minoranze del paese, la presenza di reti di potere sotterranee connesse ad apparati statali, sono alcuni dei nodi che la Turchia deve trovare il coraggio e l’umiltà di affrontare. Solo aprendosi al dialogo, solo con la partecipazione di più voci nel dibattito pubblico e solo facendo i conti con il proprio passato sarà possibile costruire una democrazia operativa e guardare con più fiducia al futuro.


Vivendo in Turchia si impara presto che la differenza tra gli individui è la caratteristica più saliente del popolo turco, se esiste un popolo turco. Può capitare di ascoltare versioni talmente diverse della stessa storia, o giudizi opposti sullo stato delle cose, che il più delle volte, per quieto vivere, si evitano certi argomenti. Ad esempio, il conflitto nel profondo est fra esercito e guerriglieri del PKK (in corso ufficialmente dal 1984). È come raggiungere un punto critico delle contraddizioni quando si parla dei fatti e delle ragioni della guerra. Non esiste nemmeno un modo univoco di nominarla: guerra fratricida? Lotta di liberazione? Guerra al terrorismo separatista? Ci sono famiglie che sono la personificazione di questo corto circuito: non sai davvero cosa pensare quando uno dei tuoi figli è un soldato dell’esercito regolare e l’altro si unisce alla guerriglia sulle montagne. Se moriranno, chi dei due sarà il martire? L’unica cosa che a questo punto resta chiara e senza differenze di parte, è il pianto delle madri. Oppure il valore della Repubblica, la sua sacralità va difesa o combattuta? Vivere in un agiato quartiere di Istanbul, preoccupandosi solo delle numerose possibilità offerte da un economia in crescita, rende il passato un peso ingombrante e il supporto allo Stato una naturale inclinazione. Se però nasci e cresci in un villaggio al confine con l’Iraq, la depressione del sottosviluppo ti circonda, la lingua dei tuoi genitori è diversa da quella che ti insegnano a scuola e non sai chi sei chiaramente, e dove ti condurrà la tua condizione. Ci sono storie tristi dovunque, se si sa ascoltare. E musiche, e suoni e costumi, che non sono semplicemente varietà folclorica, come vorrebbero i quieti borghesi urbanizzati, ma manifestazioni di irriducibile resistenza. È un dilemma aperto, che non ha soluzione, il nemico è lo specchio in cui ogni fazione rivede i suoi incubi. La paura inconscia di rivivere lo sfaldarsi dell’Impero Ottomano sotto la pressione dei diversi gruppi etnici, agita i sogni dei nazionalisti. E la minaccia del ripetersi di retate notturne di uomini incappucciati tiene svegli i vecchi di Tunceli, di Nusaybin, di Diyarbakir. Tante storie si sovrappongono, avvenute nel travaglio costante della storia turca. Per avvicinarsi a capire bisogna ascoltare ognuna di queste voci poiché, come diceva Erodoto, il tutto sta nel molteplice.

Osservate dal sud-est, dagli altipiani e dalle montagne dell’Anatolia, le numerose anime del paese si mostrano senza mediazioni. Basta viaggiare da Gaziantep verso ŞanliUrfa e Mardin, puntando verso Batman. Tra lunghe distese di piane desertiche sono disseminati numerosi villaggi, alcuni miseri e semidistrutti, altri verdeggianti e con una vita placida scandita dai ritmi lenti della terra. È interessante sapere che ogni paesino, villaggio, agglomerato di case che incontri sul cammino risulta avere due nomi. Il nome ufficiale, quello scritto sulle cartine e nei registri, è il più recente, ed è turco, inventato a tavolino da solerti geografi nazionalisti. L’altro nome ha un suono chiaramente diverso, è kurdo, è scritto nell’aria e sui sassi, nella memoria, e lo conosci solo domandando ai locali e solo se di te si fidano. Lo scrittore kurdo Musa Anter, nei suoi libri autobiografici, si è impegnato a preservare la memoria della vita dei kurdi schiacciati da una negazione permanente, e ricorda nei suoi scritti anche i vecchi nomi trasmessi da generazioni, prima dell’avvento della Repubblica Turca: “Diamo uno sguardo alla mia situazione: il Kurdistan è la regione più arretrata della Turchia, la città di Mardin è la città più arretrata del Kurdistan, Nusaybin è il paese più problematico della provincia di Mardin. Stelile (rinominato Akarsu dai turchi) è il più povero paesino di Nusaybin. Zivinge (rinominato Eski Mağara dai turchi) è il più sottosviluppato villaggio di Stelile e secondo l’archivio anagrafico io sono nato in via Caye, numero 2.(...) Per 7000 anni le nostre caverne erano conosciute col nome di Zivinge ma ora senza consultare gli abitanti un governo brutale, come se stesse dando un nome a un cane o un gatto, ha rinominato il nostro villaggio Eski Mağara (vecchia caverna)... così dopo 65 anni io sono diventato un abitante delle Vecchie caverne! È interessante ricordare che quando la Bulgaria indipendente iniziò a cambiare i nomi turchi in bulgaro ci fu una rivolta come se fossero stati colpiti i diritti umani. Mi domando se i bulgari hanno imparato questo giochetto dai turchi?”

Questa schizofrenia identificativa iniziò ben prima della nascita della Repubblica. Mentre l’Impero Ottomano era attraversato da rivolte, nel 1910, il disperato tentativo del governo centrale per mantenere la coesione fu di rinominare i villaggi che inesorabilmente si allontanavano dalla sua orbita di controllo; non solo i nomi kurdi, ma anche i nomi greci, armeni e bulgari furono cambiati. Non servì a molto, l’Impero era in una crisi terminale, ma la pratica fu adottata anche da quei generali, primo fra tutti Ataturk, che si diedero il compito di fondare un moderno Stato. Eppure la memoria non è andata perduta. Allora come oggi, la presenza dei kurdi in Turchia è numerosa, si parla di 15 milioni. Di questi, diverse migliaia sono stati costretti ad abbandonare i propri villaggi nel corso delle operazioni dell’esercito nell’est, emigrando verso le periferie delle grandi città. Tuttora attendono di poter ritornare alle proprie case. Circa 7000 kurdi affollano le carceri statali, con accuse che vanno dal terrorismo alla propaganda separatista, per la maggior parte soltanto colpevoli di aver partecipato a manifestazioni o di aver diffuso volantini. Anche loro attendono un’amnistia più volte annunciata ma non attuata. Fino al 1991, la lingua kurda era illegale, chi ascoltava musica o leggeva libri in kurdo subiva l’arresto. Non era possibile produrre alcun tipo di cultura, ed era persino vietato dare ai propri figli nomi kurdi. In Turchia i kurdi sono stati perseguitati per il loro sentirsi diversi, lo dicono i fatti, l’unica possibilità concessa dal governo era l’assimilazione forzata. Ma una cultura non si può cancellare, essa abita nelle persone ed è talmente profonda che resistere coincide con vivere. Mi raccontava un’anziana signora che si riunivano in segreto le famiglie kurde, di notte, e alla luce di lampade a petrolio parlavano nella loro lingua fino al mattino, insegnando ai bambini le storie tramandate di eroi e poeti. La trasmissione del sapere per via orale è stata per millenni l’unica forma di memoria del popolo kurdo. Musa Anter è uno degli intellettuali che provava a trasportare questa memoria in forma scritta, e a raccontare tradizioni e usanze mai abbandonate. La sua lingua di scrittore era il turco, per destino più che per scelta, ironia della storia. Era anche impegnato politicamente: nel 1990 aveva partecipato con altri esponenti della cultura alla creazione di un partito che fosse espressione della minoranza kurda, il Partito Popolare del Lavoro (HEP; "Hilkin Emek Partisi"). Dichiarato illegale, i suoi rappresentanti furono arrestati, con l’accusa di “fomentare il separatismo”. Non servì ad abbattere la fiducia in Anter. Tra molte difficoltà fondò e diresse l’Istituto Kurdo di Istanbul, e animò come redattore due importanti giornali: il settimanale Yeni Ülke e il quotidiano Özgür Gündem. Fino all’ultimo fu costantemente impegnato nel racconto del suo tempo, dal punto di vista dei kurdi. Finché non lo ammazzarono. Nella città di Diyarbakir, durante una manifestazione culturale, fu prelevato dal suo albergo da qualcuno che conosceva, e fu condotto insieme al nipote Orhan Miroğlu in un luogo isolato. Lì, gli spararono almeno otto colpi. Era il 20 dicembre 1992. Per 15 anni le indagini sono rimaste a un punto fermo. I dossier relativi all’omicidio sono stati classificati come “segreto di Stato”, anche se il procuratore ha ammesso che ad agire sono stati agenti statali. Nel 2007, dalla Svezia, l’ex-guerrigliero del PKK ed ex-membro del JITEM (un apparato segreto della gendarmeria utilizzato nella “lotta al terrorismo”), Abdulkadir Ayğan ha iniziato a parlare, rivelando che l’omicidio fu compiuto nell’ambito del JITEM, ordinato da ufficiali governativi. Perché? Uno scrittore è armato solo di parole, e nei suoi scritti Anter parlava del passato. Aveva speso anche parole dure nei confronti del PKK, accusandone alcuni membri di vessare i civili kurdi con tassazioni e di partecipare congiuntamente ad elementi statali al traffico di droga. Per trovare il movente, bisogna guardare altrove, all’attività segreta di organizzazioni interne allo Stato che agivano (agiscono?) in nome di interessi propri, nell’intento di fomentare il caos e l’instabilità. Molti eventi sanguinosi senza apparente spiegazione della recente storia turca, osservati da questa prospettiva, troverebbero forse una soluzione.


Musa Anter


Le mani alzate al cielo e un’invocazione, sono la risposta della madre di Baran alle mie domande sul suo passato. Villaggio nei pressi di Halfeti, provincia di ŞanliUrfa, giorni del Kurban Bayram, o Eid, la festa del sacrificio più importante del calendario musulmano. La lingua che qui si parla per le strade è il kurdo, i bambini crescono bilingue. La mattina a scuola insieme al maestro, prima delle lezioni, pronunciano la professione di fede alla patria turca: "Ne Mutlu Türküm Diyene", “Felice Colui Che Può Dirsi Turco”, sentenza di Ataturk inscritta in ogni angolo del paese, mentre alla sera intonano con la famiglia i canti del loro popolo, se non hanno il televisore per guardare canali satellitari kurdi. Quaggiù le questioni politiche sono lontane, e allo stesso tempo sono accanto al pane che si mangia ogni giorno. Molte famiglie vivono una quotidianità difficile, fatta di stenti e sacrifici che non lasciano spazio alla speculazione. Il desiderio dei giovani è principalmente trovare un lavoro, lasciare il villaggio, vedere il mondo. Non tutti. Alcuni alimentano dentro sè stessi l’odio costante per i tank turchi che passano nelle stradine sterrate, troppo grandi e minacciosi per questa contrada di pastori e contadini. Sulla pelle dei giovani kurdi si gioca una sporca partita di propaganda incrociata: da un lato l’assimilazione ad ogni costo, dall’altra la guerriglia fino alla morte. Lo spirito genuino di rivalsa che può provare un kurdo consapevole della sua storia, viene incanalato dai seguaci del PKK anche verso azioni non propriamente di resistenza. Distinguere è difficile, se non impossibile. Segmenti deviati del Partito dei Lavoratori del Kurdistan collaborano con uomini dello Stato nel traffico di droga, da queste parti non è un mistero. Alcuni dicono per finanziare la guerra di resistenza ma altri sono sicuri che esistono accordi segreti tra le parti affinchè la guerra non finisca mai. Lo scontro violento spesso si risolve in assassinii tra l’esercito e i combattenti, in mine piazzate sulle strade che coinvolgono civili inermi, e in bombardamenti dell’esercito su villaggi di pastori. Dove porta la scia di sangue? Trovare una mediazione tra i due estremi, è ciò che ha deciso Baran. Studia alacremente storia all’università di Gaziantep, e ciò che non gli fanno studiare lo approfondisce per conto proprio. Come la rivolta e il massacro di Dersim, negli anni 1937-38, dove furono uccisi secondo stime al ribasso almeno quarantamila tra kurdi alevi (una setta dell’Islam) e cristiani. Oggi Dersim si chiama Tunceli, ma i vecchi ricordano ancora. Eppure, alla facoltà di storia i professori non ne hanno mai sentito parlare... Baran vive la sua identità con coraggio, cercando strade per una rivalsa che non passi attraverso un fucile. Intanto, in casa sua, la madre non riesce a fare a meno di tenere sempre acceso il televisore sul canale che trasmette dal Kurdistan iracheno, forse un modo per ricordare che esistono luoghi in cui i kurdi sono liberi di essere sè stessi.



Ci sono segnali inequivocabili di un cambiamento in atto nelle politiche e nella percezione della “questione kurda”. Da quando nel 2005 il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan tenne il suo famoso discorso a Diyarbakir in cui riconobbe l’esistenza della questione, è stato come aprire una pentola a pressione da cui molte speranze sono emerse. Fino ad allora dei kurdi in Turchia si parlava o come di “felicemente integrati” o come di “sostenitori dei terroristi”, negando a priori l’esistenza di qualsiasi problema condiviso. Sembrava impossibile anche solo immaginare ciò che sta accadendo oggi. Vedere, ad esempio, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoğlu sorridente e circondato da bandiere del Kurdistan iracheno mentre stringe la mano al Presidente del Governo Regionale Kurdo, Massoud Barzani, lanciando un messaggio d’amiciza (tradotto in kurdo) e descrivendo Erbil, la capitale dei kurdi iracheni, come casa propria. Un vero momento storico e un altro passo della politica di Davutoğlu “zero problemi con i vicini”, che sta conducendo a cambiamenti nelle relazioni con il problematico governo siriano e ha portato alle prime timide aperture verso l’Armenia. Un altro evento che rompe col passato è stato la creazione in Tuchia, all’inizio del 2009, del primo canale televisivo in lingua kurda, partito con delle limitazioni sugli orari di trasmissione, ma che lentamente sta guadagnando autonomia. Ancora, l’apertura del primo dipartimento di lingua e letteratura kurda all’Università di Mardin, diventato operativo dopo tanti rinvii e intimidazioni. In questa partita un ruolo importante hanno avuto le pressioni dell’Unione Europea, per la quale l’allargamento dei diritti culturali e linguistici è un prerequisito irrinunciabile all’entrata della Turchia nel club europeo. E il Partito della Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdoğan sta moltiplicando gli sforzi in questa direzione. Alla fine dell’estate è stato annunciato un pacchetto di riforme per garantire i diritti delle minoranze, chiamato prima “l’inziativa kurda” poi “l’apertura democratica” e infine sigillato come “il progetto di unità nazionale”. Il 45% della popolazione, secondo un recente sondaggio, sostiene il processo in atto; troppi anni di guerra e troppi morti (stime parlano di 40.000 vittime) stanno convincendo l’opinione pubblica dell’impossibilità di risolvere lo scontro con il PKK solo con le armi. Persino il Generale in comando İlker Başbuğ ha fatto la storia, essendo il primo generale turco a riconoscere che l’esercito da solo non può risolvere il conflitto. Alcuni opinionisti, tra cui Cengiz Çandar (giornalista del quotidiano Radikal), connettono la serie di riforme in atto ad una strategia economica di stabilizzazione dell’Anatolia e di normalizzazione dei rapporti con i kurdi iracheni. Con l’imminente partenza dei soldati americani dall’Iraq (annunciata al più tardi per l’inizio del 2011) i Turchi non avranno più carta bianca per le loro incursioni oltre confine a “caccia di terroristi” e la presenza di giacimenti di idrocarburi nel territorio del Governo Regionale Kurdo impone il consolidamente di alleanze commericiali (tralatro in atto da qualche anno con investimenti turchi nel territorio) piuttosto che ulteriori conflitti. Ci sono grandi progetti in cantiere per la costruzione di gasdotti che attraverseranno l’Iran e la Turchia verso l’Europa (il progetto Nabucco) e lo Stato turco ha interesse alla pacificazione dell’est per evitare attacchi durante i lavori. Riserve di gas che fanno gola agli europei, per limitare la dipendenza dalla Russia nell’approvigionamento energetico, e che stanno conducendo ad una convergenza di interessi. Il problema principale, e lo scopo primario dell’”inziativa kurda”, è la fine della guerra con il PKK, e il ritorno dei circa 5000 guerriglieri dal Monte Quandil e dai territori montagnosi del nord-est dell’Iraq. Per rassicurare i combattenti sulle buone intenzioni del governo, lo stesso presidente Abdullah Gül ha annunciato che quelli che erano considerati fino a poco fa “terrosti”, in caso di ritorno, saranno reintegrati nella società. E per testare queste parole di apertura, agli inizi di ottobre, 34 combattenti si sono consegnati alle autorità turche, iniziando la discesa dalle montagne. Accolti come eroi da molti kurdi in Turchia, fatto che ha suscitato aspre critiche dei partiti all’opposizione, gli ex-guerriglieri hanno consegnato una dichiarazione del PKK che vuole essere una mano tesa alle riforme attuate dall’AKP. Se i diritti dei kurdi aumenteranno in Turchia e se gli ex-combattenti saranno graziati, il PKK si impegna a cessare le ostilità. Anche Abdullah Öcalan, leader del PKK, dal carcere di Imrali dove sconta una sentenza a vita, ha fatto pervenire ai suoi avvocati una road-map per la pacificazione, attualmente allo studio del governo.

Un attore importante, il cui destino è incerto, resta il Partito della Società Democratica (DTP), partito legale che rappresenta i kurdi in parlamento, e che nelle elezioni di marzo ha aumentato la sua base politica. Due anni fa, è inziato un procedimento intentato dall’Uffcio del Procuratore della Suprema Corte d’Appello nei confronti del DTP, accusato di fomentare il separatismo e di intrattenere rapporti con il PKK. Il partito rischia la chiusura e l’esclusione dalla politica di 219 membri per cinque anni. L’otto dicembre è iniziata l’udienza della Corte Costituzionale che dovrà decidere della fondatezza delle accuse. Il momento è delicato, e un’eventuale chiusura del DTP potrebbe essere un serio ostacolo al processo di “apertura democratica” sostenuto dall’AKP. Nei giorni scorsi, in molte città dell’est e a Istanbul ci sono state proteste di kurdi per le strade sfociate in scontri con le forze dell’ordine. I manifestanti, richiamati anche dai proclami del DTP, accusano il governo di aver peggiorato le condizioni di incarcerazione di Abdullah Öcalan, spostato in una nuova cella che gli avvocati hanno detto essere più piccola e peggio illuminata della precedente mentre il Ministro della Giustizia ha affermato essere in linea con gli standard europei. Ha tanto l’odore di un pretesto, raccolto dal malcontento dei kurdi e trasformato in casus belli dai parlamenteri del DTP. Ciò non pone a loro favore, mentre la Corte Costituzionale è impegnata a decidere se le azioni e le dichiarazioni del partito siano o no “in contrasto con l’integrità dello Stato”. L’unica cosa che a questo punto può salvare il DTP è un cambiamento della “Legge sui Partiti”, a lungo criticata per i suoi aspetti anti-democratici. Ma ciò risulta difficile, poichè è necessario il sostengno anche dei partiti nazionalisti, i quali non nascondono la loro decisa opposizione al processo di “apertura democratica”. Come si comporterà l’AKP nel caso in cui la Corte Costituzionale decidesse la messa al bando del DTP? L’inziativa del governo di allargamento dei diritti e della democrazia subirà ripercussioni negative? Sarà possibile aspettarsi una convergenza di sforzi nel progetto di unità nazionale mentre per le strade si combatte e il parlamento viene decimato da leggi anti-democratiche? In tutto questo, i partiti nazionalisti del CHP e del MHP continuano la loro propaganda che demonizza l’AKP accusandolo di cospirare per la separazione del paese e di scendere a patti con i terroristi. Ulteriore benzina sul fuoco in un groviglio di tensioni di cui non si vede la fine.


C’è una foto che parla del presente meglio di un discorso. È una foto di questi giorni, di una delle manifestazioni nell’est, che sono scoppi di rabbia e d’orgoglio che vengono da lontano, che parlano di tragedie passate e desideri per il futuro. Ci sono bambini che lanciano pietre, decine di bambini. Sono chiaramente troppo piccoli per avere opinioni politiche, ma non così inconsapevoli da non rendersi conto del pericolo che corrono. Essi chiedono di essere tenuti in considerazione. Lo fanno in maniera violenta perchè per troppo tempo la violenza è stata l’unica lingua comune di tutte le fazioni in lotta. Chiedono di essere riconosciuti, di avere una storia, di vedere le madri felici, i fratelli tornare. La strada intrapresa da alcuni partiti e gruppi sociali può portare per la prima volta a un cambiamento davvero radicale nei rapporti tra gli individui in Turchia, a un dialogo tra le differenze, a un confronto aperto su temi comuni per raggiungere decisioni condivise, liberi da schizofrenie autoritarie e sogni, incubi, di unicità e purezza identitaria. Prima o poi, la Costituzione di questo paese dovrà cambiare, i suoi presupposti etnici sono un limite alla convivenza della diversità e alla libera espressione dell’opinione. Oggi si vede un lumicino nell’oscurità imperante, alimentarlo e farlo crescere è l’unica cosa saggia da fare.




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